Enzo Rava

LA TALPA

                                 Alfredo Binda (suo nonno, compaesano,  ma  allora il paese aveva un terzo degli abitanti d’oggi, e tifoso del campionissimo nonché suo pur lontano parente gliene aveva fatto imporre il nome),vestito con giacca e cravatta malgrado fosse già luglio, si annoiava a volgere il suo compito di ausiliario della Polizia (come attestava la fascia al braccio destro con sigle in oro PS) che nel caso specifico era semplicemente quello di impedire che qualcuno sottraesse  dal selciato di quella piazzetta gli oggetti vari e disparati, ovvero bottiglie, bastoni, resti di bengala, grossi  bulloni ,cartelli  con scritte  assolutamente sovversive) residui degli scontri del giorno prima  tra forze dell’ordine e manifestanti , ed  ora possibili corpi di reato.        I manifestanti, che avevano cercato d’essere il più violenti possibile  ma che avevano dovuto presto ripiegare e poi disperdersi sotto le manganellate ed un primo – il primo era bastato -  getto d’acqua ad alta pressione erano tutti membri di una organizzazione, piuttosto singolare invero malgrado la banale  AAAA ovvero ‘Azione  Anarchica Anticapitalista Antistato’ perché  comprendeva proprio tutte o quasi le ideologie assolute, gli assiomi, le utopie, i “no…..non solo di destra o di sinistra ma anche di sotto e di sopra, c’erano aspiranti bombaroli che sognavano di far saltare un qualche Palazzo  d’Inverno, atei  molto molto militanti che scrivevano ‘Dio’  con la minuscola, arcimistici che volevano sopprimere lo Stato perché non previsto dalle Scritture, abolizionisti  del danaro della famiglia dell’istruzione anche  semplicemente elementare, antidemocratici  (“La democrazia è un inganno”) come neanche erano stati i totalitari,  antisraeliani, antisemiti, antislamici, anticattolici antislamici anticonsumisti antitutto; in verità non erano più di una trentina ma saldamenti uniti malgrado i diversissimi obbiettivi o illusioni sogni deliri che fossero, dalla comune  fede nella azione: qualunque cosa tu voglia costruire devi innanzitutto agire per distruggere quel che c’è, solido che sia o appaia
. La maggior parte del tempo, in famiglia o nelle riunioni serali, lo dedicavano a pacate discussioni  fra loro dalle disparatissime opinioni e alla confezione di strumenti per l’azione  che fossero loro economicamente accessibili, bottiglie di vetro o plastica adattabili a molotov o marchingegni diversi purché malefici come batterie d’auto (quasi scariche, ahimé) per ‘elettrificare’ la polizia nei desiati scontri. ( A proposito di molotov, uno di loro, forse più snob che sovversivo, aveva disegnato anche una bandiera che, riprendendo l’immagine dalla pubblicità di  una vodka, sfoggiava una ‘Absolut Molotov’ con tanto di fiamma  tipo  cane a sei zampe dell’Eni.  In verità qualche purista fra loro aveva sollevato l’obbiezione che ‘azione’ era parole un po’ generica ed equivoca, che c’erano anche l’Azione cattolica, la Filosofia dell’azione di Blondel, le azioni di borsa, i film d’azione, i giochi d’azione, i motori a reAzione; ma la lunga discussione era stata conclusa (che fra l’altro era già mezzanotte  dal più logico fra loro che  aveva affermato: “Facciamo così: prima agiamo, poi discuteremo”.
      Binda svolgeva il suo compito di conservazione dei possibili  corpi di reato  sbadigliando sì (era lì da tre ore, e solo come un randagio) ma con   fermezza, assolutamente deciso ad impedire a chiunque di toccare anche soltanto una biglia o un frammento di vetro; fra sé e sé li considerava sì assolutamente insignificanti  ma per lui  comunque  decisivi: se si dimostrava ligio al dovere, efficiente insomma, poteva sperare che ai prossimi pensionamenti , quando ci sarebbero state  altrettante o almeno la metà di nuove assunzioni, avrebbe forse avuto maggiori probabilità  di trasformare il precariato in un impiego stabile, addirittura statale.
    Ad un certo momento, nella piazza quasi deserta dove stava calando il crepuscolo,  arrivò a fargli compagnia un tizio, in borghese e addirittura con le mani intasca, che gli pareva  però di aver intravisto in divisa addirittura in Questura sicché subito pensò fosse un agente o addirittura un funzionario trasvestito, in incognito. Quello avviò un discorso sul tempo e e sulla noia (“Che barba è, e in una giornata che sarebbe da andare al mare”), passò poi a considerazioni etiche (“E’ comunque bello vedere che ciò malgrado c’è chi fa il suo dovere”) e infine filosofiche ( “Quello che io trovo stupido è il subire continue provocazioni, il dover reagire anziché prevenire”) con le quali Alfredo Binda non poteva che, educatamente, convenire. Educatamente perché sai mai chi è poi questo e che vuole. oleva semplicemente fargli sapere che, se l’indomani fosse passato nel suo ufficio stanza 47 bis, già, in Questura, avrebbe  avuto qualcosa di presumibilmente per lui importante da proporgli   : ” Ok? E  allora buon lavoro. Sempre ligio, mi raccomando”.
      I Binda affrontò il fresco della sera con una fiammella – di speranza- che gli scaldava il cuore, quello era chiaramente persona influente e intelligente, sicché salì lietamente sulla camionetta ,”Ma che fai ancora lì, cretino, passata a raccogliere quei precari sparsi in città per servizi umili forse, utili certo. Il mattino successivo, mettendo addirittura la cravatta,  Binda – che non aveva un vero e proprio orario, essendo ‘ a chiamata’, si presentò  alla stanza 147, prese posto sulla seggiola indicatagli dal funzionario, che tale dunque effettivamente era perché in divisa, ringraziò per l’offerta d’una sigarette, rispose pacatamente alle peraltro semplici domande – età stato di  famiglia (celibe single) studi  ma restò decisamente perplesso,  e   quasi  a bocca aperta, alla domanda: “Ma tu, sei bravo a fingere?”. Se prendeva alla lettera la domanda, in base alle sue esperienze avrebbe dovuto rispondere che proprio no, ché da ragazzo aveva preso molte sberle proprio perché le sue bugie avevano cortissima gambe, sicché chiese: ”In che senso?”
     Nel senso di simulare, di spacciarsi ad esempio per juventino pur essendo milanista, ‘Insomma, fare un po’l’agente segreto’, che lui  aveva visto spesso  ripassati in TV film degli Anni Sessanta Settanta che allora  gli agenti andavano moltissimo sicché capì benissimo, “Ma, attenzione – lo ammoni il tenente, che ora aveva appreso chiamarsi Satta,  - non l’agenteprovocatore, che questo sarebbe contra legem e non possiamo permettercelo ma semplicemente quello che conduce una azione in incognito, rendo l’idea. Venendo al dunque: tu ed io ieri ci siamo trovati d’accordo nel giudicare stupido darci da fare a contrastare le  azioni ad esempio di quelli della AAA, che sarebbe molto più intelligente prevenirle: si invece di doverli prendere a bastonate in piazza e poi ripulire il suolo pubblico di tutti quei cocci noi sapessimo in anticipo quando e dove vogliono far cagnare, chiudiamo la piazza punto e basta sicché se voglio vadano a manifestare in casa propria. Dico bene? Fra l’altro facciamo risparmiare un sacco di soldi ai cittadini”.
      “Eh si”, convenne Binda poi, dopo un attimo di riflessione chiese: “Sicché dovrei fingermi anarchico, infiltrarmi tra loro, riferire a lei immagino. Ma se scoprono che sono un poliziotto, anche se precario”.
      “Ma per carità, così ti ammazzano. Ma noma no, tu vai da loro, dici che se appunto poliziotto ma precari, che ti fanno lavorare e non  ti assumono mai, che ti riconosci ideologicamente in loro, che se puoi farli qualche favore ad esempio far avere un loro messaggio a qualche loro compagno detenuto ne saresti ben lieto….Tu non fai proprio niente, sei assolutamente sincero, ascolti quel che dicono, che cosa si propongono e via dicendo, dici sempre di sì ovviamente, la sola cosa che poi fai – di qui la simulazione un ceto giorno ad una certa ora ci incontriamo, tu riferisci, punto e basta”
         “Ma basterà anche per l’assunzione?”
          “Beh, ce ne saranno alcuna a settembre, è questione di punti, più ne accumuli meglio è per me”.
            Per farla corta una sera, un martedì  per l’esattezza, Binda si presenta alla sezione – bandiera rossa  e nera con ‘Absolut Molotov’in giallo – e viene accolto cordialmente “Toh, finalmente un giovane. Era tempo che questa generazione di stronzetti consumisti si svegliasse…” mette subito le mani avanti “Però io sono un poliziotto anche se precario” ma viene addirittura  abbracciata  “Che bellezza, così abbiamo anche una talpa in Questura”. Nei primi giorni raccoglie messaggi per i compagni detenuti  - che qualche giorno dopo recapita al tenente che gli fa poi aveva le risposte, accolte con applausi e congratulazioni nella sezione – poi  distribuisce un po’ qua un po’ lei stampa eversiva – preferendo chiese banche caserme supermarket – ma la maggior parte del lavoro clandestino  si trova a svolgerlo ascoltando  discorsi, gli AAA, azione o no, parlano molto; e, a volte, da veri filosofi. Un tale, ad esempio, presumibilmente un professore: “Qualcuno, magari  la Bibbia, vi dirà che ‘In principio Dio creò il Cielo e la terra’,  qualche altro, ad esempio Giovanni nel suo Vangelo, risalendo ben all’indietro, all’inizio dell’ eternità si fa per dire, vi dirà ‘ In principio era il Verbo’. Eh, noi sappiamo e possiamo dimostrare, contrariamente a quei sofisti che ‘In principio era l’Azione”,Die Tat, o come diceva Fiche A=A, l’Io pome se stesso….” Binda  ascoltava, ammirava, anche se un po’ perplesso se non proprio sbalordito.
     “Ma noi abbiamo molti intellettuali – gli spiegò una ragazza che gli si era seduta accanto – Anzi, spesso è l’intellettuale, che meglio conosce le cose, che sa valutare l’orrore della società attuale”. Era piuttosto minuta ma di fisico aggraziato, epperò quello che più colpiva in lei era ovviamente la capigliatura, rosso accesso, di fiamma (e  infatti i compagni cos’l’avevano ribatezzata, Fiamma; e  che non si trattasse di tinturalo diceva il volto, coperto di efelidi. Conversarono, lui le disse dei suoi rapporti in polizia, lei si congratulò dicendoci certa che sarebbero stati utili; anzi, da allora, praticamente era da Fiamma che  (nella sua missione di agente segreto, ovviamente) raccoglieva informazioni che passava poi al suo capo, segreto pure quello. Un  sera che stavano confezionando, in sette od otto, bottiglie molotov lei fu molto carina, “Ma vieni anche tu a darci una mano”, gli mostrò come andava riempito il contenitore, fermato lo stoppaccio, spiegandogli anche certe precauzioni “Quando accendi puoi contare fin tre, guai se più, prima di lanciare”. Divennero, in un certo senso amici; più esattamente Binda, che anche con le ragazze oltre che con le bombe era alle prime armi, si diceva che “Sì, lei è  molto gentile con me. Ma certo non prova quello che…”quando casualmente lei lo toccava, pelle a pelle, gli venivano i brividini.
      Una sera Fiamma lo informò che, ”Sai, abbiamo in progetto una grande bella azione, per la ricorrenza dello Statuto…” , gli spiegò anzi che cosa fosse anzi fosse stato “Noi rispettiamo la tradizioni dei nostri nonni, essi combattevano contro lo Stato regio, ora dato che vogliamo fare un gran botto, in loro onore abbiamo scelto quella data”. Appena poté l’agente segreto corse dal suo mandante “Accidenti, preparano un attentato grosso, vogliono mettere una bomba a Palazzo di Giustizia, che è proprio dietro la loro sede, e accendere bengala giro giro per la piazza, di notte si capisce”. Quello della stanza 147 si compiacque con lui, gli chiese di seguire attentamente i preparativi, di avvertirlo in tempo “Caso mai addirittura per cellulare, se veramente stavolta la fanno in grande, lui facciamo fuori tutti e non se ne parla più”.
    Con le orecchie ritte come certi cani, Bindi registrava tutto, partecipando si capisce alla discussione ma a fini simulativi (aveva scoperto, fra l’altro, di essere davvero un buon simulatore, “Ma guarda un poco se le mie bugie da bambino valgono a favorirmi l’assunzione in pianta stabile!). Il piano, riassunto da Fiamma con molta chiarezza, era piuttosto semplice: alle 23,30 dieci militanti si sarebbero sistemati con i bengala giro la piazza, alle 23,40 un altro avrebbe portato, vigilato a distanza dai compagni, il pacco esplosivo su per la scalinata del Palazzone, attendendo quello che l’avrebbe raggiunto dieci minuti dopo, per accendere la miccia tagliare subito la corda ovviamente per evitare i gran botto antistato anticapitale della mezzanotte dell’ex festività dello Statuto, vecchia sì ma intanto lo Stato, monarchico, repubblicano, socialista, islamico, sempre Stato è. Poi Fiamma  lesse l’elenco di coloro che avrebbero partecipato all’azione, i dieci bengalardi, il trasportatore dell’esplosivo, tal Belardi, bergamasco ed infine il  detonatore, Rasmussen, dal nome straniero ma assolutamente compatriota. Lei, la bella chioma, sarebbe restata in sede a coordinare l’azione, via cellulare. Ad un certo momento, come ricordarsene d’improvviso, si volse a Binda e con un sorriso amichevole quasi (a lui parve) affettuoso .”Eh no, caro, tu no. Tu sei ancora un pivello”, comunque poi gli offri di dare una mano alla confezione dell’ordigno, insomma di  portare il grosso adesivo nero per legare insieme i candelotti, rossi (non di fabbrica, donde erano usciti grigi ma colorati lì, a fini ideologici. Appena gli altri uscirono, Binda corse al gabinetto e chiamò per cellulare il suo mandante: “Alla mezzanotte esatta. L’esplosivo ce lo portano un quarto d’ora prima”. Bravissimo, gli rispose quello salutandolo come “agente Alfredo Binda”.
     In quale si trovò cosi il  cuore in gola, non solo per la promessa dell’assunzione ma anche per la tenera conversazione, nella sede “AAA, Absolut Molotov” deserta con Fiamma che gli raccontava delle propria infanzia, grembiulino rosso e bianco, nastri alle treccette a lato del capo. D’improvviso la catastrofe: il Belardi Bergamasco, grande bestemmiatore e masticatore di sigari, non arrivava, non si presentava all’orario fissato a prendere il pacco esplosivo. Fiamma diventava sempre più inquieta, ansiosa, angosciata “Ma così fallisce tutto, tutti i compagni dei bengala saranno arrestati? E Rassmusem, quando arriva puntuale come uno svedese, che fa? Mi telefona…” Ebbe il lampo di un’idea: ”Il pacco lo  porto io. Ti resti qui a fare da centralino…”
    “Io?” sbigottì  Alfredo, che col Rasmussen aveva scambiato si e no dieci parole.
      “Oh! Già! Santo cielo! – ora sacrementava che neanche una credente . Poi fu colta da un’altra illuminazione – Vacci tu Alfredo, aspetti che arrivi Rasmussen che quello è puntualissimo e torni subito qui che ti aspetto, a braccia aperte, caro, caro, perché avrai salvato tutti i compagni e, quel che più importa, l’Azione”. E gli mise il pacco rosso in mano; un po’ confuso, Binda andò, mica poteva negarsi, oltretutto si sarebbe smascherato, inoltre, si disse, prima di Rasmussen arriva di sicuro la polizia…Infatti arrivò, puntuale, mezzanotte in punto, nella piazza deserta che non si vedeva bengala alcuno, né alcun Rasmussen. Un paio di agenti salirono per la scalinata, bruschi gli intimarono “Lei che fa qui?”, documenti ovviamente, tra gli  altri documenti quello che  - Binda lo porse con un debole sorriso – lo attestava come ausiliario di PS. 
       “E lei, ausiliario di PS, va mettendo bombe a Palazzo di Giustizia?”
       Tutti si sarebbe chiarito la mattina dopo, si disse pur non trovando il sonno, Alfredo in cella. Non il giorno dopo ma due ottenne di poter parlare col tenente della 147 che avrebbe chiarito tutto. Il tenente lo guardò, piuttosto perplesso, poi chiamò un collega: “Ma senti  che dice questo, che l’ho incaricato io di mettere la bomba per conto degli anarchici”, risero e lo rispedirono in cellula. Dieci giorni dopo, quando fu interrogato daun magistrato, si ebbe non risalite ma  seri moniti . “Guardi che se insiste in storie del genere lei si mette in guai ancora più grossi”. Un avvocato, che gli venne assegnato di ufficio, lo consigliò di ammettere, “In fondo era soltanto un tentativo, chiaramente insensato, ma niente ancora di concreto”
Intanto la stampa si era scatenata, dava più credito a Binda che alla Questura ,“La Polizia ha infiltrato un proprio agente provocatore in una cellula anarchica per condurre uno dei suoi soliti repulisti….”Quando Binda ne lesse ammirò si la perspicacia dei giornalisti, ma si chiese anche, che proprio scemo non era, come ci fossero arrivati. Qualcuno doveva averglielo detto, e chi se non, ecco, proprio il tenente della 147 che era il solo a saperlo avendo organizzato tutto lui. D’un tratto, balzò a sedere sulla branda, in un lampo d’ingegno aveva capito tutto: la TALPA, la talpa non era stato lui infiltrato dalla polizia fra gli anarchici, la talpa, legata agli anarchici, era proprio quello, il 147.  Per fedeltà  al suo ideale chiamiamolo così, era riuscito a sputtanare la polizia confermando i ricorrenti  sospetti che, almeno ogni tanto, ricorresse a provocatori. E quella  Fiamma poi: in un’intuizione che però forse era soltanto sospetto per gelosia, “Quella è l’amante del tenente”.
       Tenente che, per la verità, fatto il suo colpo, raggiunto il suo scopo si dimostrò addirittura gentile con lui. Andò a trovarlo in cella poco prima del processo, gli assicurò che per quanto riguardava lui non l’avrebbe accusato di calunnia, lo confortò che “Con due anni te la cavi, e magari meno, la stampa incalza che è stata una provocazione poliziesca e che in fondo tu ne sei stato un semplice esecutore….Facciamo così: subito dopo, io ti faccio trasferire ai servizi sociali. Uno bravo come te,  ligio e attivo, magari ne cava fuori un lavoro stabile”
        Una domanda, ma ormai per puro assillo di gelosia, assillava il rassegnato Binda che poi, PS ausiliario o servi sociali purché un qualche  precariato fosse: “Ma  Fiamma, è una sua amica, vero?”
        Il tenente lo guardò fisso, severo e decisamente seccato: “Aho, Binda, ricominci a tirarmi a  mezzo? Guarda che per calunnia, aggravata poi, sono da due a tre anni, e tutti i galera”.
       Alfredo Binda, restato solo, si sdraiò sulla branda, a pensare. Ma no, non proprio, pensare che, poi? Meno male che tra una mezz’ora ci sarebbe stato il rancio.

 

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Published on e-Stories.org on 15.08.2011.

 

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