Mauro Montacchiesi

Le nostre due anime

Le nostre due anime

 

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Nomina sunt consequentia rerum

“Anima atque amor”

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nomina sunt consequentia rerum

‹nòmina sunt konseku̯ènzia ...›

(lat. «i nomi sono conseguenti alle cose»)

Aforisma vulgato per l’insigne parafrasi che ne fa Dante

 

(Vita Nuova XIII, 4: con ciò sia cosa che li nomi seguitino le nominate cose, sì come è scritto: «Nomina sunt consequentia rerum»),

 

e la cui genesi è in una pericope delle Istituzioni di Giustiniano, II, 7, 3

 

(nos ... consequentia nomina rebus esse studentes ... «noi ... cercando di far sì che i nomi corrispondano alle cose ...»).

 

Si itera talora per enunciare la convinzione che i nomi siano epifanici dell’essenza o di alcune qualità della cosa o della persona denominata.

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Il sostantivo “anima” deriva dal lat. anĭma, anĭmus, corrispondente al gr. Άνεμος ánemos "soffio, vento".

In greco, tuttavia, è più denotativamente riconducibile a Ψυχή psykhḗ "anima", connesso con psýkhō "respirare, soffiare". “Le nostre due anime”, quindi, due “respiri”, due zefiri che balsamici aliano, che sincroni s’incuneano tra i magici orfismi, tra le evocazioni intensamente liriche di questo florilegio, di questa raccolta di fiori (le poesie), superno inno all’amore.

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amore ... non è altro che unimento spirituale de l’anima e de la cosa amata (Dante)

 

Ed è l’amore, quindi, che nitente, deflagrando, intarsia gli aulici versi della silloge. Liriche di sentimento e trasporto. Liriche umanistiche segnatamente nell’ontologia delle due anime. Un’interazione artistico-umana senza intervalli temporali che canalizza verso la maturazione e l’evoluzione personali. Il testo, di fatto, si dipana in una dialettica Uomo-Donna, ovvero nel conflato tra due anime che hanno trovato convergenza nell'Amore, sia anagogico sia edonistico. L’aspetto mondano dell’Amore è prevalente, lasciando tuttavia spazio per un’elevazione trascendente, verso Dio, fino ad auspicarne un crisma, un riconoscimento che trascenda gli schemi dell’etica del periodo vittoriano che le due anime (travagliate, agitate, originali) hanno infranto, ma alle quali non sono del tutto idealmente estranee. Anime così leggiadre, fiorenti e coinvolgenti da risultare sempre à-la-page nella condivisione degli stati emotivi archetipici dell’umanità. Sempre attuali seppur appartenenti al passato, esclusive nel manifestarsi prive di orpelli. Affascinanti per essere “eterodosse”, per aver annichilito gli stereotipi di un mondo che coartava sensibilmente il diritto dell’individuo al libero arbitrio etico. Diritto che si sono auto-arrogato, diritto di inficiare un modello di vita basato sulla “rispettabilità”, sull’apparenza, sul conformismo e sull’ipocrisia. Sentimento arcano e vibrante, importantissimo ed inconfutabilmente imperscrutabile, l'amore è un fenomeno prismatico, poliedrico, policromo. Ma qual è il suo universale? Amore in quanto “a-more”. Termine, quest’ultimo, non codificato, ma potenzialmente riconducibile, da un punto di vista etimo-semantico, a: a (alfa privativo) + more (ablativo di mos: legge, regola, etc.) = Privo di legge, di regola. Ed è soltanto questa condizione, verosimilmente, che può condurre all’abiura del limitato sé onde fluire osmoticamente nell’altro, in un’unica, nuova, più elata entità.

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L’androgino: L’uomo-dio

Esotericamente la fusione animica è d’uopo onde approdare alla più sublime sfera della coscienza, all’androgino [dal lat. androgy̆nus, gr. andrógynos, comp. di anḗr andrós "uomo" e gynḗ "donna"], così chiamato intelligenza divina. Nell’uomo esistono due polarità, maschile e femminile, rappresentate dai due emisferi del cervello, il destro femminile/lato sinistro (trascendente e spirituale) e il sinistro maschile/lato destro (materiale e razionale) . La maggior parte degli umani utilizza soltanto la parte sinistra del cervello e veramente pochi sono coloro che hanno attivato la destra. Rarissimi quelli che le utilizzano entrambe. L’evoluzione umana contempla che il nuovo essere sarà in grado di esprimersi in virtù di entrambi gli emisferi, realizzando così una perfetta omeostasi tra spirito e materia. In questo modo la creatura del DUE diventerà creatura dell’UNO ed altresì diventerà, nel contempo, padre e madre di sé stessa. Quando l’uomo giunge a simmetrizzare l’attività dei due emisferi del cervello, fondendoli in uno solo, diventa depositario del principio della Creazione che si palesa nel Verbo, talché questa Unità delinea il ritorno al Padre, alla propria divinità. L’uomo e la donna, universalmente, sono alla ricerca l’uno dell’altra per poter concretizzare questa unità, per reciprocamente, osmoticamente veicolarsi energie e fluidi, ma non avendone reale e chiara coscienza, il tutto si disperde spesso in dimensioni inferiori, puramente esistenziali. “Quando i due siano uno e non ci sarà né maschio né femmina, verrà il Regno di Dio …” parafrasando Gesù. Gesù, di fatto, preconizzava l’avvento dell’essere futuro, dell’essere androgino, dell’uomo Dio (l’ermafrodita è altra cosa).

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(Libere e soggettivissime considerazioni di Mauro Montacchiesi)

 

La silloge “Le nostre due anime” icasticamente riverbera della poliedricità psico-animica della Poetessa. Il sostantivo “poliedricità”, da un punto di vista denotativo, etimo-semantico, è riconducibile a:

 

polïèdro s. m. [comp. di poli- e -edro; cfr. gr. πολύεδρος «dai molti lati»].

 

E molti sono, in effetti, il lati che la Poetessa manifesta in questa sua opera. Uno di questi può essere identificato nel “Panismo”, poiché la Bagli esalta e si esalta nella Natura, Natura che sembra dar vita ad un sovrumano, fantastico delirio dei sensi, ad una totalizzante ars inveniendi, pregnante di elato, lirico pathos!

Il Panismo, alias sentimento panico della natura, è un’intuizione estremamente ima del mondo esterno (peculiarmente paesaggi, fenomeni naturali) che germina un conflato tra l'elemento naturale e quello più segnatamente umano. E' la propensione del poeta, della poetessa in questo caso, alla mimesi con le forze naturali e ad amalgamarsi con esse impulsivamente. Il Panismo di Elisabetta Bagli trova fondamento nel contemplare la natura come un'entità pulsante, un perpetuum mobile con il quale dialogare con prosopopea:

 

prosopopea /prozopo'pɛa/ (non com. prosopopeia) s. f. [dal lat. prosopopoeia, gr. prosōpopoiía, der. di prosōpopoiéō "personificare", comp. di prósōpon "faccia, persona" e poiéō "fare"]. - 1. (crit.) [figura retorica per cui si introducono a parlare persone assenti o anche cose inanimate] (Vedi la lirica: E la luna racconta)


Con questa entità (Panismo) la poetessa si fonde ed instaura una relazione intensa, fino ad emulsionarsi con il suo ritmo vitale. Donna ed universo panico si fondono fino a diventare un unicum. Elisabetta attinge un’osmosi sensi-animo con le forze della vita, recependo in sé e rivivendo l'universalismo della natura, con totale adesione fisica, prima ancora che mistica. E' questo il "panismo Bagliano", la percezione di fusione con l’universo, che ritroviamo in tutte le stupende liriche di Elisabetta, liriche in cui l’autrice riesce ad aderire con tutta la sua estetica (e con tutta la sua dinamicità) alla natura, a tuffarsi in essa, a mimetizzarsi con, in essa. Ne “Le nostre due anime”, Elisabetta Bagli reifica un archetipo di metamorfosi panica, ovvero l’universa fusione di Elisabetta-Donna (Ermione) con la natura. Ermione è una figura della mitologia greca, figlia di Menelao e di Elena. Ermione è anche la figura femminile che accompagna il poeta Gabriele D'Annunzio nella poesia “La pioggia nel pineto”. La poetessa fornisce un'icona fascinosa e di classe, di un'ètra naturale, di una sua istanza mentale, parafrasata con una struttura elegante ed essenziale dei versi e, sovente, con dissimili anafore, cui seguono “sinestesie” visive, uditive, tattili, olfattive, scansionate dal reiterarsi di mot clé, quali: mare, luna, sole. Ogni singola lirica è una sinfonia, poiché la poetessa sembra (soggettività) scegliere le parole non tanto per il loro significato, quanto per la loro fonetica (caratteristica tipica del Decadentismo in generale e di D'Annunzio in particolare), fino alla suggestione di una “panica” musica. Il lessico e la comunicazione sono delicatamente raffinati. “Non sono Ulisse”, afferma Elisabetta Bagli nella sua lirica “Il canto delle sirene”, ma, non utopisticamente, è un’ inconsapevole (chissà!?) “ulisside”! Ed ancora D’Annunzio:

 

ulìsside (o ulissìde) s. m. e f. [der. del nome di Ulisse]. – Discendente di Ulisse. In usi fig., letter. o elevati, chi, come Ulisse, è spinto da un ardore incontenibile a nuove conoscenze ed esperienze; in questo ultimo sign. il vocabolo è stato diffuso da G. d’Annunzio: Un Ulissìde egli era. Perpetuo desìo della terra Incognita l’avido cuore Gli affaticava (in Maia).

 

In questo senso, quindi, si può affermare che la Nostra sia spinta da un ardore incontenibile verso inusitate conoscenze ed esperienze. Il tutto alimentato da un incoercibile, patente, vibrante Eros, dalla forza vitale che anima l’intero cosmo, come enunciato da Esiodo (Teogonia) e da Empedocle (Perì Physeos).

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https://www.facebook.com/elisabetta.poesia?hc_ref=ARSzMaNjS2S7GW0oPm5Ia977orkU0u5bGRijKwIbG_-BXW8aMBk41p5fbLqdpVxTWXQ

 

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Perché Elisabetta ha scelto Elizabeth Barret Browning?

(Mauro Montacchiesi)

 

https://www.youtube.com/watch?v=8B-Iyj-XwEI

 

Al di là di alcune manifestazioni esterne che, talora, potrebbero stridere (autodifesa nei confronti di una realtà non sempre soft), Elisabetta è permeata, similmente ad Elizabeth B.B., di: tenerezza, fragilità ed orfismo. Similmente alla sua “Musa”, Elisabetta sa amare dolcemente, ma anche con passionale edonismo e, in virtù della sua natura sensibile e generosa, anela dare un obiettivo umanitario alla sua esistenza. Da sempre avverte l’istanza immanente e viscerale di far parte di un tutto, di sentirsi monade dell'universo sconfinato. Altresì, in comune, le Nostre verosimilmente hanno: forte rapporto con l’inconscio, marcato onirismo sia di fase rem sia di fase ad occhi aperti, un personalissimo misticismo, intuizioni medianiche, fantasia ed Arte! A ciò si deve aggiungere: esigenza di crescita e di espansione, di prosperità, così come pure un grande senso di giustizia, di moralità (pur dovendosi scontrare, talora, con le ipocrisie della morale vigente che, la Storia insegna, è sempre effimera). Elizabeth ed Elisabetta sono due pietre turchesi, due amuleti, due portafortuna per chi le frequenta! La loro musica? Le struggenti note di un “Rondò Veneziano”, nell’estasi della delicata regalità di un profumo di un meraviglioso bouquet di glicini!

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Elizabeth_Barrett_Browning

https://www.facebook.com/elisabetta.poesia

 

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Animae dimidium meae:
Metà della mia anima (Orazio Odi libro I,III, v.9)


L'Ode da cui è tratta questa espressione è stata scritta in occasione della partenza dell'amico e poeta Virgilio. L’espressione, tuttavia, è allegoricamente riconducibile a qualsiasi persona amata, indipendentemente dal sesso. Per inferenza, nondimeno, Orazio è la metà dell’anima di Virgilio.

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https://www.facebook.com/elisabetta.poesia

 

 

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Published on e-Stories.org on 24.01.2018.

 

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