Gabriele Zarotti

La ricerca dello Zeitgeist.



        
(Si può afferrare l’impalpabile prima che si  dissolva?)
                                                                                                                                                                                                                                                                      
 
       
        Ormai tutto era pronto. Mancava solo l’ultima taratura degli strumenti.  E il visto di qualche paese che la spedizione avrebbe dovuto attraversare nel suo lungo viaggio. Il tutto era iniziato un paio di anni addietro. Tra lo scetticismo dei più e l’indifferenza dei mezzi di comunicazione. Un po’ perché l’argomento non era ritenuto di grande interesse. Un po’ perché l’oggetto era molto controverso. In campo accademico-filosofico le interpretazioni erano le più diverse ed estreme. In quello scientifico, poi, non parliamone. Presso gli studiosi più aperti di mente la notizia era stata accolta con  fastidio e sospetto e, più generalmente parlando, si andava dalla malcelata ilarità alla più manifesta derisione. Insomma, la ricerca dello Zeitgeist, dello Spirito del Tempo, sembrava contare, per usare un eufemismo, su un ristretto numero di fans.  Tanto per avere un ordine di grandezza: nel secolo scorso la Nemesi Storica, parente prossima, aveva goduto di ben maggiore interesse e notorietà. E, a confronto, il Genius Loci aveva riscosso, durante i secoli, un successo da hit parade. Perché alla fin fine lo Zeitgeist, al di là della solidità del suono, era un concetto un po’ misterioso, che non si riusciva ad abbracciare completamente. E,come tale, soggetto ad interpretazioni molto personali.  Spesso settarie. Fosse stato come lo Spirito Santo, beh allora, non ci sarebbe stato nessun problema.  Invece no: lo Spirito del Tempo non solo non si lasciava definire nettamente ma, una volta che pensavi di averlo compreso e afferrato, questo ti sgusciava via e magari cambiava volto.  A volte radicalmente. Ecco, lo Zeitgeist, a differenza dei suoi parenti, era un mutante. Per alcuni si poteva riassumere nella cultura dominante. Per altri, più materialisti, nelle sovrastrutture della società; per altri ancora era riconducibile alle pratiche quotidiane della vita. Per una più ristretta cerchia di persone, tra cui i membri della spedizione, si trattava di una forza dotata di una qualche forma di intelligenza, che attraversava la Terra e forse anche l’Universo. In qualche modo si nutriva delle azioni umane e nello stesso tempo le influenzava.  Più in generale si alimentava di tutto ciò che incontrava sul suo cammino, istaurando un processo di scambio da cui ricavava energia per crescere e svilupparsi, fino al cambiamento. A volte radicale. Se ci sforziamo un po’ e pensiamo, senza andare troppo lontano, a ciò che era stato lo Zeitgeist nella prima metà del secolo scorso, poi negli anni del dopoguerra  e della ricostruzione, e come era mutato nell’ultimo ventennio fino ad oggi, possiamo farci un’idea della sua capacità  di evolvere o viceversa, secondo i punti di vista, di involvere. Insomma di cambiare due, tre, quattro volte in un secolo. Questa caratteristica era ciò che lo rendeva insieme sfuggente e destabilizzante.  Affascinante e inquietante. Per non dire spaventoso.
       
        Nel settembre del 2015, un gruppo di archeologi che stavano facendo delle ricerche in una parte sconosciuta del Sudamerica si imbattè in un fenomeno così sconvolgente, che i suoi componenti non si ripresero mai più del tutto. Dal loro resoconto e dalle testimonianze di quei pochi che avevano mantenuto un barlume di lucidità, il Prof. Whoseeks si fece l’idea che ciò a cui avevano assistito quei poveretti potesse essere la prova delle sue teorie; di quello che lui, la sua equipe, e pochi altri, stavano sostenendo da anni. Inascoltati e molto spesso sbeffeggiati dalla comunità scientifica.
        In pratica, la sua teoria - meglio sarebbe stato chiamarla più cautamente la sua ipotesi - era che lo Zeitgeist fosse energia pensante. Non proprio come intendiamo noi umani questo tipo di attività. E cioè quella facoltà della mente di produrre concetti, idee, desideri… ma una forma, seppur molto simile, di sviluppare delle azioni finalizzate. Di esercitare un’influenza sul mondo. E soprattutto capace di mutare, di trasformarsi, quando sollecitata dalla realtà circostante. Questa energia infatti, esaurita la sua missione, si modificava. Ma senza scadenze precise. Iniziava un nuovo processo di cambiamento per ritornare a interagire con la natura, gli animali, gli uomini. Riprendendo così un nuovo ciclo. Che poi si sarebbe esaurito. E sarebbe ripreso con nuovo vigore. E così all’infinito. Come Araba Fenice invisibile e impalpabile. Il Prof. Whoseeks pensava che il fenomeno a cui avevano assistito quegli archeologi fosse stato il momento in cui tutte le forze del vecchio Zeitgeist si riunivano e iniziavano la loro lenta trasformazione nel nuovo Zeitgeist. Un processo destinato, con ogni probabilità, a non esaurirsi nel giro di pochi mesi. Forse nemmeno di pochi anni.
        Così la spedizione da lui organizzata e sostenuta da pochi, temerari sponsor s’involò da Getwick  venerdì, 17 Febbraio, 2017. Tra l’indifferenza dei tanti, le risatine dei pochi, e i toccamenti di familiari e componenti la spedizione.  A causa della data, soprattutto. Il manipolo di avventurosi era così composto: Mary, biologa; Johanna, botanica; Barbara, psicologa; Lucy, etologa; Patrick, sociologo; James, metereologo; Bob, esperto di fenomeni paranormali e oggetti misteriosi ( definizione che aveva sostituito l’Ufologia); Mark, filosofo New-Age; Bill, filosofo materialista; Henry, filosofo spiritualista; Alfred, storiografo; Fred, geologo e geografo; Ryan, fisico. Per finire con il Prof. Whoseeks, incaricato della cattedra di Scienze e storia del pensiero umano presso l’Università di  St. Andrews.
        Dopo tre scali importanti arrivarono, a bordo di due scassati pick-up, in una località che non compariva nemmeno sulle carte più dettagliate. Li aspettava, con i motori accesi, un vecchio e malandato DC3. Si imbarcarono in tutta fretta,  armi e bagagli, e via verso l’ignoto.  Qualcosa di grande sembrava aspettarli. A bordo, per ingannare tempo e paura, cercavano di distrarsi.  Chi rinverdiva aneddoti di vita. Chi raccontava barzellette. Chi giocava a carte. Chi leggeva. Chi ripassava le tappe  del viaggio. Ma senza grossi risultati. L’obiettivo incombeva sulla loro mente, come il macigno della barzelletta cinese pesa sullo stomaco della vittima. Mary e Johanna, le più sensibili, o probabilmente le più metereopatiche, mano a mano la meta si avvicinava, si sentivano sempre più strane. Come se dentro di loro qualcosa di insolito si agitasse, prima di prendere forma decifrabile. Fuori, le nuvole, grandi nuvole che mutavano in continuazione, sembravano allungare il passo seguendo la stessa rotta del traballante aereo.
        Durante il training di preparazione erano arrivati a definire, unanimemente, lo Spirito degli ultimi quarant’anni. Impresa non priva di difficoltà. Perché l’esercizio era costato analisi, riflessioni, rinunce ai propri principi, considerazioni generali, ma anche personali. E dunque, questa era stata la conclusione comunemente accettata: lo Spirito degli ultimi trent’anni, brillante, esuberante, in apparenza disinteressato e generoso, si era rivelato, strada facendo, uno spirito canaglia. Egoista, ingannatore, millantatore. Molto diverso da quello che aveva caratterizzato il periodo dal 1950 al 1980.
        Nel frattempo, il capo della spedizione sembrava completamente assorto nei suoi pensieri, nelle sue elucubrazioni, nei suoi calcoli. Sperava ardentemente di non essersi sbagliato. Di poter sbattere in faccia a tutti quei sapientoni, scettici e arroganti, una scoperta epocale. E stavolta l’aggettivo non sarebbe stato usato a sproposito.
        Il cielo stava inbrunendo. Improvvisamente, una pioggia fitta fitta cominciò a percuotere la carlinga. E, senza che potessero rendersene conto, il DC3 piombò in un vuoto d’aria.  Precipitò in caduta libera per un tempo che sembrò un’eternità. I loro cuori, tutte le loro viscere schizzarono verso l’alto e compressero ogni pensiero. Non ebbero nemmeno il tempo di emettere un grido. Anche la voce  venne schiacciata da tutto il resto. Poi, dopo questo abisso profondo una vita, tutto rinculò.  Frenò. Ma in modo così brusco che tutto quello che si era compresso in alto, precipitò e andò a finire  giù, giù, fino a rimbalzare contro la punta dei piedi. Adesso l’aereo si era stabilizzato. Tutte le frattaglie erano ritornate al loro posto. O quasi. Dall’interfono, la voce baldanzosamente stentorea del primo pilota lacerò l’aria: - Ola, amigos, todo bien? Panico? Que pregunta loca… soy seguro que no!  Todo el mundo lo sabe… vosotros ingles seis el sangre frio personificado! - Ridacchiò.
        Dal fondo, James non potè trattenere un: - Dem bastard!…. Poi si riprese prontamente, recuperando il suo solito aplomb albionico.         Tutti, tranne il professore, erano uniti da un unico pensiero:  Se mai ci sarà una prossima spedizione, manderò il mio avatar!   Ma il Prof. Whoseeks era tetragono, impassibile. Per ciò che si stava accingendo a scoprire avrebbe dato la vita.
        L’aereo atterrò in una radura sprofondata nella notte più buia.  Poche, deboli fiaccole avevano la pretesa di delimitare la pista. Appena scesi, tirarono tutti un profondo sospiro di sollievo. Non gli sembrava vero di poter mettere  sotto i piedi qualcosa di stabile. Scaricarono tutto l’ambaradan e passarono la notte in una catapecchia ai bordi della foresta. L’indomani mattina, più stanchi di quando erano arrivati, caricarono tutto sui muli e si misero in cammino. Mentre il pilota, sporgendosi dal finestrino, gridava, tra il caos dei motori rollanti: - Adios companeros… asta luego! La proxima vez el vuelo sera suave como el cuerpo de una niña! Ah... ah... ah... vaja con Dios!  
        Nessuno ebbe la forza di rispondere. Nemmeno con un grugnito. Avrebbero dovuto fare molta strada, prima di arrivare a destinazione.
         
        Il sentiero, stretto e pieno di buche, era scolpito in una vegetazione che non permetteva allo sguardo di penetrarla più di mezzo metro. Si trattava di una foresta montana. Una foresta delle nuvole, più precisamente. Così chiamata perché riceveva la maggior parte di acqua dalle nebbie che salivano dai piovosi bassopiani.  Gli alberi non erano altissimi. Le liane, con i loro intrecci, formavano un tessuto indistruttibile e affascinante. Sopra, il cielo, per quanto era dato di vederlo, sembrava una pista rovesciata dove le nuvole si inseguivano come schegge. In senso opposto correvano gli uccelli. E dal rumore che giungeva attraverso la vegetazione sembravano affrettarsi, nella stessa direzione, tutti gli altri animali. Una specie di esodo di massa. Come bestie che scappano da un circo in fiamme. Solo la spedizione sembrava avanzare senza incertezze, seguendo la silenziosa guida che di tanto in tanto vibrava, qua e là, potenti colpi di machete. Via via procedevano, una strana sensazione si impadronì di ogni componente. Uno strano senso di vuoto, di leggerezza. Come se la loro mente si stesse progressivamente liberando di scorie accumulate durante una vita. Forse era colpa della pressione. Erano partiti da tremila metri ed erano arrivati quasi a quattromila. E non era finita. Ogni tanto la guida si fermava e distribuiva foglie di coca da mettere, arrotolate, sotto la lingua. Avrebbero rilasciato lentamente il loro contenuto, per dare più forza alle loro gambe. E aiutarli a sopportare l’altitudine.
        Il buio stava scendendo rapidamente. Le torce sui caschi, per quanto potenti, erano come lucciole in una notte senza Luna. La guida consigliò di fermarsi.  Sistemarono i loro sacchi a pelo in fila indiana lungo il sentiero. Sembravano una smisurata anaconda spaparanzata, in attesa di qualche malcapitato viandante. Lo spazio era quello che era. Gli animali non avrebbero costituito un pericolo. Sembravano ormai tutti lontani. In ogni caso, la guida tagliò alcune liane, le legò fra loro, poi prese dei rami e fece un lungo recinto che delimitava le loro cucce.  Costruì tante piccole windbells e le sistemò, a distanza di mezzo metro una dall’altra, lungo tutto il perimetro. Se un animale avesse toccato la liana se ne sarebbero accorti. E la maggior parte di loro avrebbe avuto il tempo di darsela a gambe. Forse. Comunque meglio di niente.  Si raggomitolarono nei loro sacchi, chiusero bene le zip sopra lo loro teste e cercarono di prendere sonno. Invano. Paura, pensieri, e il rumore del vento che si infrangeva contro la fitta vegetazione glielo impedivano.
        Il mattino seguente si rimisero in marcia. Sopra le loro teste un cielo sempre più affollato e incombente continuava a correre. Sembrava essere scattata una gara a chi arrivava prima. Dopo questo lungo, estenuante e interminabile attraversamento, uscirono finalmente dalla foresta. Si trovarono, un po’ smarriti, in una piccola radura. Davanti a loro una collina. Completamente ricoperta di erba. E poche rocce, alte e strette come menhir. Si fermarono un attimo per riprendere fiato e  poi cominciarono a salire in fila indiana. Le loro figure si stagliavano contro un cielo tormentato che sembrava non avere pace. Ricordava la macabra sequenza de Il Settimo Sigillo. Ma loro, seppure al limite delle forze, erano ancora vivi. Il vento sferzava i loro volti. Lentamente, una nuova, benefica energia stava venendo in loro aiuto. Arrivati in cima, davanti ai loro occhi si presentò uno scenario da mozzare il fiato.
        L’immensa vallata, probabilmente risultato dello sconvolgimento provocato da un’eruzione vulcanica milioni di anni addietro, correva per chilometri. Tutt’intorno, monti senza nome facevano timidamente da corona. E dentro questa spianata, sospeso a mezz’aria, un cielo in continuo divenire gridava la sua rabbia come un animale ferito. Le nubi sembravano cavalieri al galoppo. Si scontravano, si impennavano, si infilzavano, si disarcionavano; mentre fulmini impazziti disegnavano le loro ragnatele fiammeggianti. E nuove nubi continuavano ad affluire, a convergere al centro. A ognuno di loro sembrò di intravvedere in questo caos, come brevissimi flash, immagini del passato. Chi il crollo delle due torri, chi l’abbattimento del muro di Berlino, chi il proprio naufragio di alcuni anni addietro, chi il giorno della prima comunione, chi il volto di Bin Laden, chi quello della suocera, chi il funerale di suo padre, chi le cascate Vittoria, chi le Piramidi, chi vide prendere forma pensieri, chi vide dissolversi incubi. Sembrava una sorta di flusso di coscienza collettivo proiettato in Supermegascope. Il fragore dei tuoni dava enfasi a questa tregenda.  Questo Mini Big Bang. Come una drammatica colonna sonora. Da far tremare le vene ai polsi. Da far venir meno i sensi.  Chi non fosse stato minimamente preparato sarebbe certo uscito di senno. Per fortuna il Prof. Whoseeks aveva, almeno in parte, previsto la cosa. E fatto indossare a tutti occhiali e cuffie speciali che filtravano e attutivano lampi e rumore. Rimasero così, attoniti, insieme spaventati e affascinati, a guardare rapiti per parecchie ore.
        Poi il Prof. Jonathan Whoseeks, volto teso e concentrato come un direttore d’orchestra, fece un cenno e tutte le apparecchiature si misero in funzione come per incanto. Le macchine fotografiche cominciarono a scattare a raffica.  I registratori  a girare e srotolare i loro nastri. Con gli indicatori di livello che sembravano tarantolati. Le strane apparecchiature per captare fenomeni psicofisici mandavano scintille. I piccoli minirobot si davano da fare come matti, scavando a destra e sinistra per raccogliere campioni di ogni tipo. Mentre i taccuini si riempivano freneticamente di note, di impressioni, di commenti.  E i cuori di sensazioni, fremiti, emozioni.
        Improvvisamente, un tremendo boato squarciò l’aria e la terra cominciò a tremare.  Macigni enormi rotolavano verso valle, trascinando qualunque cosa trovassero sulla loro strada. Si strinsero uno all’altro, pensando ormai alla fine imminente. Come d’incanto tutto cessò. Una pioggia tiepida scese danzando ai capricciosi e mutevoli colpi di vento. Le gocce erano dolci come zucchero filato. Gli aborigeni le chiamavano lacrime del tempo. Un fenomeno che si manifestava assai raramente. Lentamente le nubi si allontanarono, spandendosi in ogni direzione. I fulmini esaurirono la loro tremenda energia. Il sole prese coraggio e comparve all’orizzonte. Mery, Johanna, Lucy, Patrick, James, Bob, Mark, Bill, Henry, Alfred, Fred, Ryan, si sentivano adesso invasi da una nuova forza. Il Prof. Whoseeks era raggiante.
        Così, immersi in quella tiepida alba e pervasi da un rinnovato, confortante pensiero, si preparavano a vivere in sintonia  col nuovo, promettente Spirito del Tempo.
 
 
 
 

 

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Published on e-Stories.org on 17.04.2015.

 

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