Gabriele Zarotti

Le figuracce retoriche.



(Il giorno che le parole diranno basta saranno cazzi!)
 
 
        Era quasi arrivato all’angolo, stava per svoltare, che qualcosa sbucò all’improvviso e gli attraversò la strada come un razzo. Poco dopo schizzò fuori un’altra “cosa”, tutta infolarmata.  Sembrava lanciata all’inseguimento. L’uomo si guardò attorno. Scorse, dalla parte opposta della strada, un ragazzino dall’aria piuttosto sveglia. Gli si avvicinò, e gli chiese se  avesse  visto la scena e si fosse fatto un’idea  di…
        - certo che ho visto, non sono mica orbo… lei deve essere nuovo di qui, vero? Dovrà abituarsi. Eh sì, caro mio, credo proprio dovrà farci il callo, altrimenti le consiglio di cambiare aria. In ogni caso, se proprio ci tiene, l’accontento subito: si trattava di un poliptoto inseguito da una sinestesia… direi anche piuttosto incazzata, di certo fuori di melone. Probabilmente scappata da un frenocomio in fiamme.
        L’uomo rimase lì, basito, mentre il ragazzotto se ne andava sghignazzando, tutto saltellante e con una repentina,  inaspettata,  spericolata piroetta che per poco non lo mandò a stamparsi dritto  dritto contro il palo dell’orologio. Dopo qualche secondo, l’uomo, riavutosi dallo shock, pensò: guarda te cosa doveva capitarmi! Essere minchionato da uno sbarbatello. E io che sono anche stato lì ad ascoltarlo. Spero proprio che sto posto non sia  popolato da suonati o, peggio, da inguaribili burloni.  I primi segni non depongono  mica bene… mah! vatti a fidare dei giovani!
        Era arrivato direttamente da un gelido Paese del nord per definire alcune importanti commesse. Partito all’improvviso, non aveva avuto il tempo di raccogliere notizie. Cosa   che  era abituato a fare quando si recava all’estero.  Come informarsi su usi, costumi, situazione politica, luoghi caratteristici da visitare, e roba del genere. In ogni caso: cosa c’era mai di strano in due che correvano per la strada? Quel ragazzino si era preso gioco di lui. Lo aveva guardato in faccia e, visto l’aspetto forestiero, non si era lasciato scappare l’occasione di menarlo per il naso  per benino.  Una sorta di supercazzola,  pensando non conoscesse bene la lingua. E lui? Lui c’era cascato come un allocco.  Poliptoto…sinestesia….guarda te,  non c’è più rispetto! Le studiano tutte! andava ripetendo  fra sè e sè.
        La cosa gli bruciava un po’. L’italiano lo conosceva bene e aveva afferrato ogni parola. Lettera per lettera. Anche per questo tutto gli sembrava così strano. Per non dire assurdo. Ripensandoci, quelle due figure    che gli erano sfrecciate davanti a rotta di collo, più che due persone, gli erano parse… masse in movimento. Sì, inquietanti volumi. Esasperato mix tridimensionale del Boccioni più spericolato e  del Bacon più tormentato. Mostruose, macabre forme tutt’altro che antropomorfe. Cupamente indecifrabili. Altrimenti perché mai gli sarebbe venuto in mente di chiedere?
        Arrivato in albergo, sbrigò velocemente le pratiche alla reception; si fece accompagnare in camera e, liberatosi velocemente dei vestiti, si lasciò cadere sul letto senza nemmeno lavarsi i denti.  Mentre si sentiva venir meno, due parole si inseguivano e carambolavano insistenti contro le pareti della mente: poliptoto… sinestesia… sinestesia… poli… Si addormentò di botto.
        Non erano nemmeno due ore che dormiva, quando in un corridoio del  cervello una porta si aprì cigolando e, prima quatta quatta, poi sempre più distinta, una voce cominciò a correre fino ad investirlo tutto: -  …quale onda tumultuosa… mi riempi d’immenso! - Mentre una seconda la seguì in rapida successione: -...ecco il mio aratro ti scava, come morbida zolla!
        Non c’era dubbio, stava ascoltando la performance di due poeti. In diretta! E che diretta! Da far impallidire Neruda e Ungaretti. Che, se mai fossero stati in ascolto, così violati, avrebbero chiesto  i danni, pensò.   Dopo aver scacciato a fatica gli ultimi fumi del sonno, si alzò sbadigliando, occhi semichiusi, e si avvicinò barcollando alla tivù. Riuscì, non senza una certa difficoltà, a trovare il tasto ON, lo premette  con quella rapidità di chi pensa: o lo centro al primo colpo o Dio abbia pietà di me, e si impadronì del telecomando. Tanto non c’era nessuno a contenderglielo. Brutto tick. Malsana abitudine  domestica dura da perdere. Si ributtò sul letto, sbuffando e borbottando monosillabi: incazzatura a scoppio ritardato per essere stato svegliato - seppur liricamente - nel cuore della notte. Scanalò di qua e di là con quel poco di forze che gli era riuscito di recuperare.
        Bzz… bzz… bzz...
        -…e adesso, per cinquantamila euri, qual matador freddo e spietato, affondi la sua lama…
        In effetti, l’uomo doveva solo scegliere una risposta fra tre che gli venivano mostrate su di un gobbo: i caratteri luminosi erano giganteschi, a prova di talpa.
        - Tic, tac, tic …su, …proprio adesso,  non abbandoni la nave, non scenda dal carro dei vincitori… laaaa treee!!!? Ha detto la treee!!!?-  Suspense di almeno cinque minuti. Tanto che cameramen e troupe al completo fecero in tempo a schiacciare un pisolino.
        - Approvata! Al primo turno! Complimenti!
        Bzz,,, bzz… bzz...
        -…ti tengo Johnny, stavolta non mi scappi, canaglia!…senti il mio fiato sul collo… ti sto mordendo i garretti come lupo mannaro al primo apparir della luna… odi  il tintinnare di queste ganasce metalliche che fra pochi istanti ti stringerò come  gelidi monili  ai polsi?
        Bzz… bzz… bzz…
        -…paladini della democrazia…seguaci dell’amore… apostoli di verità…missionari di libertà… ci presentiamo davanti al  popolo con mani  nette… mani pulite!
        Click!
        Senza fare molto caso a quest’ultima stucchevole sequenza di parole, sospirò annoiato, premette OFF, e si riaddormentò, stringendo il telecomando come fosse uno scettro. Anche se non sembrava ci fosse attorno anima viva che gli avrebbe insidiato il trono.
        
        Il mattino seguente, ancora mezzo assonnato, uscì dall’albergo e si infilò in un taxi. La portiera era aperta. Riuscì a centrarla al primo tentativo. Bofonchiò un indirizzo, mentre sentiva ancora Morfeo che lo richiamava suadente : - Torna…torna fra le mie braccia! - Pochi attimi. La brusca frenata dell’autista lo riportò allo stato di veglia. Il cuore gli batteva come un martello pneumatico.
        - cosa succede?
        - mi dispiace, quel somaro mi ha attraversato la strada come cavallo impazzito che galoppa senza che redini possano più governarlo… pezzo di stronzo! Correva verso quel capannello di persone quale orso goloso attirato dal miele… là  addossate alla sponda del ponte, vede, mi scusi, ho timore che rimarremo bloccati  per un po’… di qua non si passa… la polizia… faremo notte! Forse ai primi, timidi  raggi del vitale cerchio di fuoco che sorge a oriente quale…
        Aprì la portiera e scese. Lasciando il tassista immerso in quel delirio figurato. Era incuriosito da tutta quella gente che accorreva da ogni parte. Chissà cos’era successo! Si avvicinò ad un gruppetto tutto intento a commentare, mentre ognuno accompagnava le parole con gesti ampi e scomposti. Tanto che dovette darci di slalom  per non essere colpito da una manata vagante. Allora cercò di portarsi fuori tiro. Infine, guadagnò una zona di relativa sicurezza.
        - Mi scusi cosa è successo? - azzardò.
        - Vede laggiù, sulla sponda  destra del fiume…
        Strinse gli occhi per mettere a fuoco. Gli parve di scorgere  una figura amorfa, immobile, lunga distesa sull’erba. Sembrava priva di vita. Attorno a ciò che doveva essere il collo, una  pesante catena  cingeva  un grosso libro. Uno di quei bei tomi da biblioteca. Rilegati in pelle.
        - Una persona annegata? 
        - Persona? macché  persona! tse!…. una… una metafora! Già, la terza questo mese! Di certo è stata suicidata come le altre!
        - Ah! - Non gli riuscì di  aggiungere altro. Il volto si rabbuiò all’improvviso, mentre sentiva montare rapidamente la rabbia, come schiuma in un bicchiere di birra  che viene versata senza garbo.
        Era lì lì per mandare a quel paese il presunto burlone, che un’altra voce  subito si aggiunse: - Si, pare proprio si tratti di un’altra metafora… anzi, direi  che non ci sono dubbi! - E un’altra voce ancora, a denti stretti: - Ben le sta! Chi semina vento, raccoglie… - E un’altra di rimando: - Chi di spada ferisce, di spada…
         Ricacciò indietro la rabbia montante e, ripreso il controllo, capì dall’espressione di quei volti che non stavano affatto scherzando. Non si stavano prendendo gioco di lui. Forse erano anche loro scappati da un frenocomio in fiamme. Ma non si sentiva di approfondire. Il grido del tassista lo richiamò all’appello. Non si azzardava a fargli domande, anche se il giovane sembrava, tutto sommato, una brava persona. Usava qualche similitudine di troppo, ma nessuno è perfetto! No, proprio no, non avrebbe potuto reggere un’altra di quelle bislacche, surreali risposte. Cosa stava succedendo? Dov’era capitato?  Stava ancora sognando? Ormai avrebbe dovuto tenersi stretta la sua curiosità fino a sera. A cena, con il  cliente che stava per incontrare, avrebbe trovato il modo di chiedere, di indagare.
        La mattinata trascorse tutta a perfezionare gli accordi per quella grossa fornitura di carta da stampa. La sua interfaccia, il Dott. Chiarezza, era un uomo molto piacevole. Capace, piuttosto colto, ma soprattutto dotato di una sensibilità e un intuito rari, considerati i tempi. Verso la una si concessero una breve pausa. Il tempo di un panino, giusto per bloccare la caduta degli zuccheri. E fu durante quei pochi minuti che il nostro, in un momento in cui il dialogo segnava il passo, colse la palla al balzo per manifestare, non senza un certo imbarazzo, la sua sorpresa per gli strani fatti a cui aveva assistito. Il Dott. Chiarezza stette ad ascoltare in silenzio. Di tanto in tanto la bocca sembrava accennare un lieve sorriso. Che lui aveva interpretato come: - sì, sì, lo so…ma non si preoccupi più di tanto… non è proprio il caso… è tutto sotto controllo… ne riparleremo.
        Verso le tre, terminata la stipula dei contratti, stava per congedarsi, che Chiarezza gli disse: - Questa sera passerò a prenderla verso le otto. Non saremo soli a cena, spero non le dispiaccia: ci saranno alcuni miei amici, tutta gente perbene, persone interessanti che… ma non voglio anticiparle nulla. Vedrà, sarà una serata proficua.  A stasera. - Così dicendo gli strinse calorosamente la mano.  Ricambiò con energia. Mentre non potè fare a  meno di pensare a quell’aggettivo finale: proficua? Chissà cosa voleva dire. Non certo proficua per gli affari, pensò. Forse avrà voluto dire interessante?  Ah, saperlo!
 
        Arrivarono le otto, e con loro  tutto il piacere per quella che si preannunciava come una serata assai promettente. Diversa dal solito. L’auto, lasciatasi velocemente alle spalle la città, imboccò l’autostrada. Al secondo casello uscì. La campagna attorno era tutta un su e giù di colline e vallette che si offrivano composte al chiarore della luna. Curva dopo curva  infilò uno stradello, quindi si inerpicò per un centinaio di metri, e arrivò davanti all’ingresso di una fattoria. Un battito di fanali e,  d’incanto, il portone si aprì. Un leggero crepitio delle gomme sulla ghiaia e il motore ammutolì.  I due occupanti scesero, e vennero a poco a poco illuminati dalla  luce che usciva da una porta che si stava aprendo. Entrarono.  Un uomo, che più che un maggiordomo, aveva tutto l’aspetto di un fattore, li accolse con un sorriso, e li introdusse in una grande stanza.
        - Ben arrivati! - una voce cordiale si rivolse loro.
        Tre persone, una donna e due uomini, erano in piedi, in abiti molto casual, e sembravano desiderosi di mettere l’ospite a suo agio. Presentazioni, strette di mano, qualche battuta per rompere il ghiaccio, e quello che sembrava il padrone di casa invitò tutti a prendere posto a tavola.
        -  Lei, Virtanen, qui… vicino alla De Magistris… alla sua destra.  Perdonerà ma qui i titoli sono banditi.
        - Anche gli epiteti…- aggiunse ironico Balestra. Sorrisero tutti.
        - Stavo dicendo… lei alla destra, gli altri in ordine sparso. Insomma: dove volete!
        A questo punto tutti avevano preso il loro posto.
        - Cosa ne direste di iniziare le danze? Agnese, può portare. Vedrà, Virtanen, è un menù happening. Ha fatto tutto Carlo, il fattore. Sono certo che farà centro. Lui ci conosce bene perché noi siamo i ...seguaci della pasta fresca...
        - ....i paladini del buon bere... - aggiunse teatralmente fiero Balestra.
        - ...gli  apostoli della buona tavola…- continuò ironicamente ispirata la De Magistris.
        - ...i missionari dei sapori veri. - chiuse ieraticamente evangelico Chiarezza, mentre un sorriso faceva capolino dalle sue labbra.
        Chissà perché, ma gli sembrava di avere già sentito quelle espressioni, quelle metafore. Non esattamente in quel contesto, in quell’ordine, ma il richiamo era evidente. Anche se adesso c’era una sottile ironia, un larvato sfottò.  Non osò dire nulla, si limitò ad  accennare un sorriso di circostanza. La cena trascorse tra ottimi piatti e varie amenità. Meglio di come Virtanen se l’era immaginata. Poi la serata proseguì  attorno al camino. Un camino gigantesco che illuminava tutta la stanza, proiettando le lunghe e pacate ombre dei cinque contro soffitto e pareti.
        - Allora, Virtanen , mi diceva Chiarezza che il suo arrivo è stato funestato da alcuni fatti che l’hanno, per così dire, incuriosita. Scusi l’eufemismo... - esordì Misura.
        Misura era un magistrato in pensione, noto per la sua severità ma anche per la sua rettitudine. Non solo di giudice, ma anche e soprattutto, di cittadino.
        - Caro Virtanen, deve sapere che il nostro è un Paese sofferente… tormentato. Era un bel Paese e adesso ce le ha tutte… sì, proprio tutte!  Chissà se  ne uscirà?
        Così dicendo sospirò, e sul suo volto si disegnò una tristezza infinita, che sconfinava nella rassegnazione.
        - Per fargliela breve… ma prima mi permetta di essere indiscreto, di rivolgerle una domanda a bruciapelo, tra il serio e il faceto… Secondo lei, nella vita è più facile dire di sì o di no, in genere intendo. Non ci pensi su troppo, altrimenti …
        Senza pensarci su due volte, Virtanen rispose, con una prontezza di cui si stupì lui stesso.
        - E più facile dire sì, certamente! ...almeno in linea di massima! - si sentì in dovere di  aggiungere, subito dopo, il  suo emisfero sinistro.
        - Perbacco! Lei è dei nostri! Infatti, metà della popolazione di questo Paese, malato ma meraviglioso, pensa come lei e come noi : che dire no sia quasi sempre più difficile, che costi di più… D’altronde la Storia insegna che è più facile accondiscendere che opporsi ...
        - L’altra metà…- proseguì la De Magistris - ...quella che oggi si trova sul carro del vincitore, è la gente del SI. SI e NO, due semplici monosillabi finiscono per identificare due modi di essere. Di comportarsi nella vita. Il SI figlio del conformismo. Il NO figlio della ribellione. Quelle a cui lei ha assistito non sono state allucinazioni… proprio così, ma espressione, violenta, e non certo edificante, della nostra realtà attuale.
        - Tutta colpa della retorica del potere.- proseguì Balestra - Di un potere che tende, al di là delle dichiarazioni, sempre meno alla democrazia e sempre più al totalitarismo.
        Virtanen era un po’ frastornato, ancora non riusciva a capire… la cosa si faceva spessa.
        - Cercherò di sintetizzare al massimo, e mi scusi se le sembrerò un po’ schematico, ma lei non mi pare persona che ama i fronzoli - riprese Misura - Ogni totalitarismo usa il linguaggio come strumento di  propaganda e di controllo. Si serve spesso delle parole attribuendo loro un significato opposto. Così facendo le svuota del loro vero senso, della funzione che hanno per tradizione, per storia, per convenzione e, trasformandole nel loro contrario, le rende inutili…  gusci vuoti…  conchiglie abbandonate dal loro legittimo inquilino.  E usa la retorica non come sapiente e nobile arte del discorso, ma come arte della menzogna, dove ogni figura diventa puro artificio. Molto spesso ingannevole slogan. Alla ricerca del consenso per il consenso.- Qui fece una lunga pausa, quasi la sua anima fosse oppressa da un peso insostenibile...- I sostenitori del Potere, il popolo e la cricca del SI si sono a tal punto compenetrati  nel loro ruolo di retori della menzogna che, non mi chieda per quale perverso fenomeno chimico-biologico, si stanno disumanizzando, si stanno velocemente trasformando in… in… so che è difficile da credersi… in quelle stesse figure retoriche che violentano e di cui abusano. Parole e artifici entrano nel sangue e modificano la struttura di cellule e tessuti. Poco alla volta cambiano i tratti somatici, li deformano, li deturpano, li trasfigurano fino a rendere le persone  irriconoscibili come tali. Il popolo del SI sta subendo una mutazione genetica: gli individui da umani diventano insomma… figure retoriche! Nella forma, ma quel che più conta, nella sostanza. Che si fa, da sangue e carne, materia artificiale. Prodotto di sintesi. Ecco perché lei ha visto quelle “cose”. Quelle masse informi. Veri e propri mostri.
        - La gente  del NO, almeno fino a ieri - proseguì la De Magistris - per combattere questo degrado ha cercato di proteggere e preservare le parole, il loro significato originale, da questa orribile fine. Ha scientemente rispolverato la retorica e reso il linguaggio quotidiano più colorito, più immaginifico, talvolta poetico, proprio per opporsi ad una situazione ormai dilagante di omologazione e appiattimento. Per marcare la sua opposizione.  Per gridare forte il suo NO!
        - Ma, come si sa, l’incazzatura è come il vento: comincia piano piano poi diventa uragano: e allora chi la tiene più! Tutto prende la mano. Tutto degenera. -  intervenne Balestra - Ed eccoci alla situazione attuale: una vera e propria  guerra civile a colpi di parole.  Parole che uccidono.   Fisicamente. Brutalmente. Senza pietà. Ormai si è perso il conto di tutte le metafore,  le metonimie, le sineddoche, le similitudini, gli ossimori, gli iperbati, gli anacoluti, gli eufemismi… probabilmente morti ammazzati per mano di parole o figure retoriche sane, non degenerate. Non gratuite. Concretamente e saldamente ancorate al significato ed allo scopo loro assegnato all’origine. Figure retoriche legittime che colpiscono di nascosto, nell’ombra, la gente del SI. Una sorta di Resistenza spontanea indossa queste figure come una maschera, un travestimento. E sta facendo piazza pulita di quelle che ritiene figure deviate, vergogna della società, serve del potere.  In una sorta di guerriglia urbana senza esclusione di colpi.  Anzi, di parole.
         Virtanen era immobile. Dire sorpreso sarebbe niente. Era frastornato, impaurito. Annichilito. Non poteva credere alle sue orecchie. Eppure sentiva che quelle persone non gli stavano raccontando storie. A che pro? Lui era fuori dalla mischia. Un semplice osservatore.
        Come prima spiegazione poteva bastare: era stata una vera full-immersion. Per allentare la tensione, Chiarezza pensò bene di dirottare il discorso verso lidi più ameni. La serata terminò con la De Magistris che allietò tutti eseguendo al piano un pezzo  di Beethoven: il Chiaro di luna.
       
        L’indomani mattina, dopo aver telefonato a Chiarezza e averlo ringraziato per la serata, Virtanen ripartì per un’altra città. Alla stazione acquistò alcuni quotidiani, così, per farsi un quadro più completo della situazione. Adesso, passata la nottata, era incuriosito più che spaventato. Scelse due giornali filogovernativi e due dell’opposizione. Lui era un appassionato di tutto ciò che riguardava linguaggio e struttura del discorso, e così non gli fu difficile cogliere i tratti dominanti della prosa politica. Constatò che i quotidiani espressione del Potere abbondavano di catacresi come: i probiviri del PPI , o metafore come:  l’equazione del benessere, la formula dell’equità, turisti della politica. Di poliptoti: ci battiamo e ci batteremo. Di iperboli: una favola moderna, un sogno americano. Perle di tautologie come: il governo del fare.    Il tutto condito con tanta ironia e scherno con cui venivano sommersi gli oppositori: …sono in politica da appena 45 anni! Il teatrino della politica.  Senza trascurare l’abbondante uso che  giornalisti compiacenti, per non dire asserviti, facevano dell’adulazione, dell’encomio, del panegirico rivolgendosi al premier: il nostro gladiatore; il nostro cavaliere senza paura; il bronzo di Riace… Che dire poi degli eufemismi: si sprecavano. Non arrivavano alla drammaticità de la soluzione finale, ma poco ci mancava.
        Nei discorsi riportati dei componenti del governo, o nelle interviste che rilasciavano, parole come giustizia, onore, decenza, dignità, prudenza, offesa, oltraggio, odio, amore, uguaglianza, democrazia, verità, menzogna, peccato, popolo, comunismo, fascismo, onestà, morale, regola, legalità… venivano usate a sproposito con chiaro intento fuorviante. Con significato opposto, o usate come paravento di un comportamento del tutto  distonico.
        Insomma, era una lingua asservita, che vedeva sempre più restringersi l’espressività individuale.  Gli artifici retorici cui ricorrevano seguaci e sostenitori del Potere erano vere e proprie trappole messe lì ovunque: stampa, radio, televisione, rete e parlare comune. Non più elementi di un intelligente eloquio figurato, sapienti architetture di parole per rendere il discorso più efficace, più incisivo, più fantasioso per farsi capire meglio, per coinvolgere l’altro rispettandolo, ma  strumenti di offesa, di destabilizzazione sociale, di limitazione della creatività, di cloroformizzazione delle menti e di disintegrazione del pensiero, per ricomporlo nel segno dell’omologazione.  Vere e proprie armi di  distruzione di massa del senso comune, finalizzato all’istaurazione del pensiero unico e della dittatura. Come la moneta cattiva scaccia quella buona, il significato sbagliato, spesso opposto, grazie alla reiterazione avrebbe scacciato quello giusto, legittimo. Lo avrebbe esautorato e  avrebbe preso il suo posto.  Questo era il  rischio,  pensò Virtanen.
        Quelli dell’opposizione, quanto ad artifici retorici, presentavano un repertorio più vasto. Più estroso. Più ardito. Più dissacrante. Più corrosivo. Si andava dalle metafore: l’Unto del Signore, il Caimano, Sua Emmittenza, il Cavaliere, il Sultano, Mr. grandi palle, il Re di Hardcore,  l’Asfaltato,  il Tappo tirolese, Papino il breve, muscolosi falchi, il gioco delle tre carte, la corte dei miracoli… alle sineddoche: la Bandanail Parrucchinoi 36 denti… Dall’ ossimoro: il banchiere di sinistra; la pace armata… all’anastrofe: il premier in altre faccende affaccendato… alla sinestesia: il nero, violento, ingannevole, profumo  del potere… Dall’anacoluto: l’onestà- come il coraggio- chi non ce l’ha non se la può dare… alla litote: quel Gaspare non è certo un genio!; Don Bondio non si può dire nato con cuor di leone ... A volte ironia e metafora insieme: un uomo solo al comando; il governo del fare, dire, baciare, lettera, testamento; lo sbronzo di Riace… Alle metonimie: palazzo Chici; la risposta delle urne… E poi giù di  satira a tutto spiano. Spericolatamente. Senza controllo.
       
        Arrivato a destinazione, prese un taxi e si fece accompagnare in albergo. Prima di salire in camera fu attirato da una  locandina. Semplice, senza tanti fronzoli. Quasi dimessa. In un teatro, che a detta del concièrge era molto off, forse very underground, a giudicare dall’ espressione schifata stampata sul suo volto mentre parlava, si rappresentava Le figuracce retoriche, spettacolo in  tre atti della compagnia: Coup de téatre. Decise che piuttosto che guardare la tivù, sarebbe stato  meno abbrutente assistere ad una commedia dal vivo. O dramma? Non si capiva bene.  
         Alle nove si presentò al botteghino, acquistò un biglietto di terza fila. Così avrebbe potuto seguire meglio. Le luci si abbassarono e, inaspettatamente, una voce lacerò l’aria. Non proveniva dal palcoscenico, ancora vuoto, ma dal fondo.
        - Assassini!
        Virtanen  fece un salto sulla poltrona, poi si girò di centottanta gradi.
        - Sì, proprio voi, assassini di libertà!
        La cosa si presentava tosta… proprio quello che non amava: era capitato in mezzo ad una rappresentazione dove veniva richiesta la partecipazione del pubblico. Una sorta di Living Theatre a scoppio ritardato. Odiava questa forma di democrazia teatrale. Lui, politicamente leftist, era - teatralmente parlando - per il classico: ognuno al suo posto. Ma ormai era preso in mezzo e doveva stare al gioco. Ballare quel ballo che non gradiva.
        Via via lo spettacolo prendeva corpo, però, rivelò un suo spessore, una sua solidità, una sua gradevole incisività. Un suo perché. Niente male. Cominciava a prenderci gusto. Anche il resto del pubblico sembrava gradire. Partecipava convinto. Prima cooptato, poi sempre più desideroso di intervenire. Primo e secondo atto volarono che fu un piacere. Il terzo e ultimo atto si chiuse fra un inaspettato scroscio di applausi e al grido di: bravi… bravii… braviii!  Sull’onda di questo successo si stavano tutti preparando ad andare a dormire, quando un altro grido lacerò l’aria. Si guardarono attorno stupiti: lo spettacolo era ampiamente finito. Non sembrava un grido recitato. Un inopportuno bis. Poi, un tonfo secco! Questo pure aveva una sonorità molto realistica.
       Il corpo giaceva,  piegato in due, a cavallo di una poltrona di sesta fila. Proprio sotto un palco. Non c’erano tracce di sangue. Non aveva nulla di umano. Se non quello che rimaneva di una gamba e di un braccio di un individuo  che sembrava centrato in pieno da un treno. Una sorta di bizzarra, orribile, ripugnante scultura creata da un  artista posseduto dal demonio. Una voce commentò: - una metafora!: un uomo che s’è fatto da sé. - E un’altra, indicando l’avambraccio della vittima: - guardate: quella siringa infilata lì… nella…!
        Virtanen, ripresosi più dalla sorpresa che dallo spavento , non potè trattenere un sorriso interiore e un pensiero: si è proprio fatto da sé, non c’è che dire… alla lettera. Magari qualcuno gli ha pure dato una mano…
 
        Nei giorni a seguire le cose presero a correre, la situazione precipitò. Negli scontri con la polizia si registrarono molti incidenti. Contusi e feriti non si contarono : per fortuna nessun morto. I conti, quelli veri, fra Resistenza e Potere venivano regolati  tra il lusco e il brusco:   la sera o la mattina all’alba. Rabbie, rancori, ruggini, rivalità, spesso anticipate platealmente durante i talk show, dove ormai non c’era più argine a boria, protervia, arroganza, prosopopea, disprezzo di ogni regola del relazionarsi civile, trovavano il loro tragico epilogo in luoghi appartati: cessi pubblici, corridoi di biblioteche, viottoli di periferia, spogliatoi di palestre, cinema di quart’ordine, stazioni e vetture della metro,   cimiteri,  ascensori,  androni di palazzi,  argini di fiumi, sottopassi di ponti… Ma era soprattutto nelle fogne, fra i cespugli dei parchi o appesi agli alberi che venivano trovati sempre più spesso i corpi privi di vita di “persone”, trasformatesi in figure retoriche a causa della loro frenetica  attività di guastatori del dialogo. Trasfigurate dallo spasmodico sgambettare per l’occupazione militare del discorso. Giustiziate da altre che di retorico avevano solo la maschera.  Che però, appena si spogliavano del travestimento, riassumevano sembianze del tutto umane. E nonostante fossero colpevoli di atti violenti, erano ancora individui in carne e ossa. Umanamente  normali. Che delle loro azioni avrebbero dovuto rispondere alla società degli uomini. Non a quella dei servi e dei farisei.
        Insomma, nel Paese della Nuova Retorica, lo avrete capito, non tirava aria buona. Il clima da poco istauratosi avrebbe consigliato di fare fagotto al più presto. Ma Virtanen era appena arrivato e gli impegni di lavoro non glielo consentivano. Il dovere prima di tutto. E poi ormai era stato tirato dentro  in quella tragedia. Come in una pièce sperimentale di un Living Theatre post moderno. La cosa lo spaventava e lo solleticava al tempo stesso. Chissà, magari avrebbe potuto rischiare di essere colpito per sbaglio da un fantasioso cecchino travestito. Da qualche parola vagante impazzita. Da una figura retorica legittima in stato di ebbrezza. O di trovarsi accidentalmente in mezzo ad un regolamento di conti. Senza via di scampo.
        D’altronde di qualcosa bisognava pur morire. E, in ogni caso, come diceva spesso suo nonno linotipista:  meglio  di penna che di spada. 
 
 
 
 

 

All rights belong to its author. It was published on e-Stories.org by demand of Gabriele Zarotti.
Published on e-Stories.org on 24.03.2015.

 

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