Gabriele Zarotti

Un invito davvero inaspettato.



(L’irrazionale è sempre in agguato. Dobbiamo  farcene una ragione.)
 
                
        Quella notte faceva un caldo, ma un caldo, che scioglieva anche i  pensieri. Il condizionatore dopo aver vibrato, sussultato, e sternutito a lungo, aveva esalato l’ultimo respiro. Da far rimpiangere quei vecchi ventilatori che con le loro pale di legno fendevano instancabilmente la calura, col ritmico fruscio di seta sui fianchi di una donna. Ma Casablanca, in quella notte americana che avvolgeva e stringeva fino a togliere il respiro, era un ricordo liquefatto. Situazione anomala per una città dai climi notturni abitualmente assai piacevoli.
       
        Il servizio in camera era latitante.  Le strade: semideserte. Il che creava un bizzarro contrasto con le luci a giorno della Plaza Alfredo Sadel. Troppo tardi per uscire. E poi per i periodisti stranieri non tirava aria buona.  Rimaneva la tivù.  Sai che allegria! Afferrato il telecomando cominciai a zippare senza molta convinzione.  Dopo alcuni minuti di  lite con i  tasti,  mi parve di udire dei passi furtivi, fuori, nel corridoio. Mi girai verso la porta. Lo sguardo la percorse dall’alto in basso fino a scorgere far capolino dalla fessura, tra legno e moquette, l’angolo di una busta.  Non aspettavo nessun messaggio. Almeno consegnato in modo così stereotipato, da giallo di maniera. Mi alzai, mi avvicinai, e mi chinai a raccoglierlo. Era una busta di carta raffinata. Doveva provenire da qualcuno importante. La aprii sempre più incuriosito.  Il testo della  lettera diceva più o meno così:  Lei è invitato al Palazzo di Miraflores  domani sera alle 21.00. Sua eccellenza, Hugo Rafael Chavez Fria, desidera  conoscerla personalmente e avere con lei uno scambio di idee. Dopodiché deciderà se concederle un’ intervista. Un taxi l’aspetterà all’uscita dell’Hotel. Lo riconoscerà perché l’autista avrà in mano una banana. Cordialmente.  Conoscere me? Un’ intervista?  Una banana.? Cosa stava succedendo? Non mi era mai passato per l’anticamera del cervello di chiedere un’ intervista al Presidente. Avevo solo fatto domanda per essere ammesso a consultare un testo che, pare, esistesse solo nella  piccola biblioteca interna del Palazzo. Per questo ero sorpreso, incredulo, un po’ scioccato e, confesserò, anche molto spaventato.  I periodisti  non sono razza amata da certi regimi.  Specie protetta come da noi. Sono sempre e comunque guardati con sospetto. Talvolta  svaniscono nel nulla, senza lasciar traccia. Non godono insomma delle simpatie dei dittatori. Ecco, l’avevo pronunciata la parola. E nel pronunciarla, un brivido mi percorse le interiora. Soprattutto perché adesso il dittatore giocava in casa. E’ facile quando si è dall’altra parte del mondo, in Europa, in un paese democratico, inveire contro i dittatori, coprirli di tutti i peggiori e più che meritati insulti. Più facile e sicuro che fare boccacce a uno scimmione in astinenza sessuale da mesi, dietro le  grosse sbarre dello  zoo comunale. Ma adesso? Qui. In un paese a democrazia di facciata, non si poteva far tanto gli spiritosi. H. C. vuole vedermi. Il Caudillo  vuole parlare con me, Fabio Giulietti, periodista a sessant’anni suonati.  Perché proprio me? Cosa avrà mai da dirmi.? Ma soprattutto cosa potrò mai dire io a lui? Non poteva scegliere un altro? Una firma? Anche se, tutto sommato, ero gratificato dall’interesse dimostrato.
        Passai una buona ora a farmi le stesse domande. Girandole e rigirandole. Sotto. Sopra. Destra. Sinistra. Ogni tanto mi versavo un rhum, che trangugiavo nervosamente senza gustarlo. Dopo questo estenuante esercizio, la stanchezza mi assalì e mi trovai disteso sul letto, grondante sudore. Ci vollero due ore prima di prendere sonno.  Alla fine, la nebbia, poi il buio più profondo si impadronirono di quello che restava di me. E sognai. Un sogno indimenticabile, drammatico, ma per certi versi divertente.  Un sogno camuffato da incubo? O un incubo camuffato da sogno? Non ha molta importanza.
        
        Sognai di entrare  baldanzoso nello  studio presidenziale e dire, con tono fuori misura e un misto maccheronico di lingue: - Olà, mister le presidant, est que vous avez chavez Miss Naomi Campbell?-  Battuta tanto stupida e greve quanto drammatica. Indegna anche dei peggiori Amici miei. Probabilmente avrebbe gradito solo un altro presidente di mia conoscenza. Chavez non si scompose. Sorrise  sornione e immediatamente mi trovai catapultato in un grande cortile. Trascinato a forza contro un muro sbrecciato, al classico grido di: - Rapido! Rapido! - Le mani legate dietro la schiena, una benda stretta attorno agli occhi. Una voce zuccherosa, uscita da una bocca sgangherata,  mi chiese con malvagia ironia: - Quieres usted comunicarme su estremo desir? - Risposi che avrei gradito mi fosse tolta la benda. Dopo alcuni secondi di assuefazione alla luce, davanti  a me si rivelò una scena grandiosa. Epica. Non potevo credere ai miei occhi! Troppa grazia!
        Invece  di granaderos con i loro fucili puntati, vidi le bocche di ben dieci cannoni, alzo zero, convergere su di me. Non le moderne bocche da fuoco dell’esercito venezuelano, ma i cannoni di Emiliano Zapata, di Simon Bolivar, arrugginiti e un po’ sbilenchi sui loro fusti di legno consunto e impolverato. Dietro, ben schierati sull’attenti, gli artiglieri. In pochi secondi, come da manuale, tutta la mia vita si riassunse nel fruscio di un rewind di nastro. In lontananza, l’eco di Strawberry Fields Forever, ending part.  Non feci neanche in tempo a sentire: - Fue…- che tutto il mio corpo saltò in aria.  A rallenti. Una, due, tre, infinite volte. Come la villa di Zabriskie Point. E brandelli di me, dei miei libri, dei miei film, delle mie cose più care, compresi i sentimenti, volavano e danzavano nell’aria. E non ricadevano a terra. Ma continuavano a salire verso il cielo.
       
        Al mattino, appena svegliato, stranamente, mi sentivo bene.  Leggero, come liberato. Quale significato attribuire a quel sogno non sapevo. Non sono mai stato bravo nelle interpretazioni delle fantasie oniriche. Però, anche senza aver letto Jung, due messaggi li potevo ricavare. Primo: non mangiare pesante la sera. Secondo: davanti al Presidente comportati con cautela. Non fare passi falsi. Non usare il tuo solito stile. Se poi ti concede l’intervista, occhio! Quello non scherza: è un presidente dittatore! Sarà di sinistra, ma pur sempre un dittatore.  Come Castro, del resto. E il fatto che ogni loro atto sia compiuto in nome del popolo, non gli impedisce, nelle segrete delle loro prigioni, di comportarsi come i Noriega, i Fugijmori, i Viola, i Galtieri… e compagnia. E con questi pensieri nella mente mi alzai e uscii sul balconcino.
        Si preannunciava una bellissima giornata.  Il sole ancora basso all’orizzonte. Caracas era lì davanti a me in tutto il suo splendore.  Come una mujer di grande temperamento. Sentivo qualcosa di strano dentro. Ma positivo. Era come se un’onda  benefica mi invadesse tutto, si espandesse in ogni cellula, in ogni organo.  Nelle viscere. Dalla testa ai piedi. Una sensazione che da anni non provavo più. Da quando ero ragazzino. Quando ti svegli e, sarà per gli ormoni, sarà perché hai tutta una vita davanti, ti senti addosso un benessere indescrivibile, inebriato da quel traboccante stato di grazia.  Il mondo attorno ti sorride, ti invita a godere. Del cielo, del sole, della vita, della gente, di ciò che ti aspetta. Della colazione.  Della doccia. Del raderti, canticchiando If you are going to Saint Francisco… Di quei piccoli riti che ti mettono di buonumore. Ti preparano a nuove avventure. E con queste sensazioni in corpo, mi ritrovai in bagno.
        Quella mattina la trascorsi al Museo Bolivariano. Nel pomeriggio feci una pennichella per ritrovarmi in palla la sera. Pronto al grande incontro. Verso le 20.30 indossai la mia migliore, e unica, giacca di lino bianco. Sotto, una camicia azzurra senza cravatta. La lettera non specificava abito da cerimonia e poi, anche volendo, dove avrei potuto recuperarlo? Mi accetterà così, pensai. Informale. Quello che conta sono le buone maniere. Sono i sentimenti. Ah… Ah… Ah…  Dovrà accontentarsi. Infilai l’ascensore canticchiando Fly Me to the Moon. L’anziana coppia che condivideva lo spazio con me mi guardò tra sorpresa e commiserazione. Lo so, il luogo avrebbe richiesto un repertorio meno compromettente. Forse la lingua yankee non era così gradita. Ma cosa volete, questo era ciò che passava la mente in quel momento. Giunto nella hall, mi guardai attorno, rispondendo al saluto formale del concièrge.  
        - Buenas tarde, senor  Giulietti!   
        Mezzo giro di porta girevole e mi ritrovai all’esterno. Il taxi era di fronte con il motore acceso. L’uomo con la banana sbucciata era appoggiato al parafango anteriore. Immobile. Non fosse che per una leggera vibrazione che il minimo fuori fase della vecchia Oldsmobile amaranto trasmetteva al suo corpo. Ci scambiammo un cenno. Dal che dovetti dedurre lui mi conoscesse.  Mi avesse già visto. O magari pedinato. Io non avevo nessun frutto in mano, nessuna banana. Mi aprì la portiera e mi accomodai, anzi sprofondai in un comodo, ma ahimè  bollente sedile in pelle. Tanto che pensai: quando scendo, devo stare attento a non lasciarci i pantaloni. L’autista si aggiustò lo specchietto retrovisore, più per centrare la mia faccia che per vedere la strada. Sembrava incuriosito. Si chiedeva probabilmente chi fosse questo italiano che si recava a Palazzo. Non certo un diplomatico, vista la mise. Forse un agente segreto. Uno 007 ?  Con la mia faccia? Perché no? Mica tutti hanno la faccia di Sean Connery! Smise di osservarmi e col braccio piegato, gomito sporgente dal finestrino, si concentrò, si fa per dire, sulla strada. Le auto quasi non c’erano.  Sembrava l’inizio del coprifuoco. La Oldsmobile, procedendo ad andatura presidenziale, imboccò l’Avenida  Simon Bolivar. Anche se guardavo fuori dal finestrino le case  srotolarsi lentamente, la mia mente pensava ad altro. Pensavo all’uomo che stavo per incontrare. Mi chiedevo se c’è differenza fra un dittatore di destra e uno di sinistra. Dopotutto, ufficialmente, Chavez era il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, eletto dal popolo. Milioni di venezuelani. Prima di chiarire questo concetto, devo confessare che quello che era successo  mesi prima  mi aveva fatto pensare all’uomo Chavez con una certa simpatia. Più per la maialata che avevano ordito ai suoi danni, che per suoi meriti personali.
       
        Bisogna sapere che, appunto due mesi prima, c’era stato un complotto confezionato dalla CIA per destituirlo. Un golpe mediatico. Forse il primo golpe mediatico della Storia.  Con l’aiuto delle reti televisive indipendenti e di parte della stampa, si era montato prima uno sciopero, poi una sommossa popolare per rovesciare il regime. E si era fatto credere, attraverso riprese taroccate, interruzioni di dirette con inserimento truffaldino di materiale di repertorio, che la sommossa fosse di proporzioni enormi. Per provocare il sostegno di quella parte della popolazione avversa al regime o incerta. Gli incerti esistono in tutto il mondo.  Croce e delizia anche dei regimi democratici.  Cancro della società. Per cui, dicevo, con riprese televisive che di oggettivo non avevano nulla o quasi, si voleva far passare l’idea che stava avvenendo ciò che era solo nei piani della Central Intelligence Agency. E del presidente dell’associazione degli imprenditori Pedro Carmona Estanga. Sì, Estanga, l’ennesimo pupo nelle mani del puparo Bush. Colui che avrebbe dovuto prendere il posto di Chavez.  E  che, appena insediato, avrebbe cominciato a “estangare” ogni dissidente. Fatto sta che per un po’ la audience manipolata bevve la messa in scena. Nel frattempo, un pugno di paracadutisti invase il Palazzo del Governo e riuscì ad arrestare il Presidente  dittatore, mentre era in corso una riunione di ministri. H.C. fu condotto in quattro e quattr’otto nelle carceri di Fuerte Tiuna.
        Fuori, però, le cose non si stavano mettendo bene per gli insorti. La maggior parte del popolo, accortasi dell’inganno, si rovesciò, stavolta per davvero, per le strade. In massa. E in breve, con l’aiuto dell’esercito regolare, riprese in mano la situazione.  Hugo Chavez e tutti i suoi uomini più fedeli furono prontamente liberati.  Così andava in onda e si consumava l’ennesima figura di merda di una Intelligence  che più che destabilizzare non ha mai saputo fare. 
        Ecco: questa maldestra, volgare, vile porcata mi portò per un momento a solidarizzare con il Presidente Chavez. Ma si trattava pur sempre di un dittatore.  Un caudillo. E un caudillo, giratela come volete, ha metodi non sempre ortodossi, discutibili, ruvidi nel migliore  dei casi. E adesso stavo per essere introdotto al suo cospetto. Ormai avevo superato il punto di non ritorno da un pezzo. Forse non c’era mai stata alternativa. Riemerso per un momento da quel gorgo di pensieri che mi era sembrato lungo una vita,  buttai lo sguardo attorno. L’occhio mi cadde sul cruscotto. Proprio al centro, una targhetta calamitata in ottone e cuoio diceva: L’irrazionale è sempre in agguato, fattene una ragione. Mii… roba tosta… o forse  grande cazzata! Un calembour dove si contrapponevano irrazionale  e ragione, o un  aforisma dall’intento  filosofeggiante. Forse un segnale. Un messaggio in codice.  O una frase da cioccolatini?  Prima che potessi darmi una risposta, la Oldsmobile arrivò davanti ai cancelli del Palazzo. Due militari guardarono dentro, l’autista allungò un foglio. E il cancello si aprì. Ero dentro. Ero in trappola. In bocca al lupo. In tutti e due i sensi. L’auto si fermò davanti ad un’ampia scalinata dai gradini così bianchi che esaltavano il dolce chiarore della luna. Aprii la scricchiolante portiera, facendo attenzione ai pantaloni. Mi ritrovai fuori.
       
        La notte era stupenda. Era una notte bella per morire, pensai ridacchiando dentro. Nel cortile, come si conviene a tutti i palazzi di governo sudamericani, c’erano dei sacchi di sabbia a formare un ampio cerchio. Al centro, come un monumento, un’enorme contraerea puntava un cielo stellato. Ci sta, mi dissi, dopo quello che è successo ultimamente! Poi mi girai verso la lunghissima scalinata e, prima di salire, mi fermai a guardare il fronte del Palazzo. Mi colpì la sua maestosa bellezza, la sua eleganza. Da mozzare il fiato. In cima, mi aspettavano due ufficiali e un uomo in doppiopetto scuro. Sembrava una sequenza notturna di Intrigo Internazionale. Quella un po’ irreale, onirica, quasi fiabesca, sul monte Rushmore. Dove Cary Grant vede, in lontananza, le spie confabulare vicino all’aereo con i motori rollanti. Salii lentamente, gustandomi l’atmosfera da Mille e una notte. C’era un profumo di orchidee che mi accarezzava le narici. Era sparita come per incanto qualsiasi paura. Arrivato in cima, i due ufficiali si portarono la mano tesa alla fronte, mentre l’uomo in doppiopetto accennò un inchino con la testa, accompagnandolo con un ampio ed elegante gesto  della mano. Un invito ad entrare. Ricambiai il saluto e accennai  un timido sorriso. Mi ritrovai così dentro al Palazzo.  Adesso camminavo lentamente dietro all’uomo in doppiopetto che procedeva in silenzio. I due ufficiali seguivano. Ad un certo punto, senza girarmi , mi accorsi che si erano fermati. Io e la mia guida proseguimmo fino ad arrivare a una bellissima porta di legno massiccio. Scolpita a mano con una tale maestria che mi sarei potuto fermare a rimirarla in ogni dettaglio per l’intera serata. Raccontava le tappe della Rivoluzione bolivariana. L’uomo bussò e aprì, cedendomi il passo. Mentre varcavo la soglia, accennò lo stesso inchino col quale mi aveva ricevuto e  si accomiatò. La porta si richiuse alle mie spalle.
        La stanza non era grande come le generose dimensioni della porta avrebbero fatto pensare.  Ed era scarsamente illuminata. Solo alcune appliques che facevano intravvedere una boiserie fino al soffitto e dei quadri in penombra. In fondo, vicino ad una vetrata, una lampada di metallo illuminava una solida scrivania. Dietro, una folta libreria. Davanti, due panciute poltrone in pelle. Chavez, il Presidente Hugo Rafael Chavez Fria in persona, stava in piedi in atteggiamento per niente formale. Mi sorrise, si avvicinò, e mi tese la mano. Gliela strinsi con un vigore insolito: un po’ perché non potevo prevedere l’intensità della sua stretta, e un po’ per dimostrare che non ero per nulla intimidito. Poi mi invitò ad accomodarmi.
         - Come si trova nel mio Paese, Giulietti?  È come si aspettava?  
         Avevo notato con sorpresa che non mi aveva chiamato senor Giulietti, ma solo più confidenzialmente Giulietti. Forse per mettermi a mio agio. Dovevo aver tradito una certa tensione. La mia nervosa stretta di mano, probabilmente. Il viso accaldato. Anche se adesso nella stanza c’era una temperatura ideale.
        - Mi piace il Venezuela, signor Presidente, mi piace da morire.       
        Forse avevo esagerato un po’, avrei potuto dire molto. Ma questi paesi non ammettono mezzi termini. O vita o morte. Niente malattia.
        - E’ la prima volta che lo visito, e credo proprio  non sarà l’ultima.    
        A pensarci bene anche questa frase aveva un che di estremo, di inquietante.  
        - Mi chiami pure Chavez… cerchiamo di dare al nostro incontro un tono meno formale. Ci siamo solo noi due in questa stanza. Nessuno ci osserva. Nessuno ci spia, almeno lo spero. - Un sorriso ironico illuminò il suo volto.
        - Va bene -  dissi  - Chavez .
        - Cosa desidera?  Qualcosa da bere? Un sigaro? Uno di questi cubani che mi ha mandato l’amico Fidel ? Sa, non sono i cubani che arrivano in Europa. Non che quelli non siano buoni. Ma questi sono extra!
        - Sarò sfacciato: prenderò un sigaro e un rhum, grazie.
        Chavez si chinò in avanti e aprì una bellissima scatola di radica che conteneva i sigari.  Me la avvicinò. Ne presi uno, lo rollai facendolo fremere delicatamente fra le dita e lo accesi. Nel frattempo mi versò il rhum. L’aroma inondò tutta la stanza. Mentre portavo il bicchiere alle labbra, due cose attirarono la mia attenzione. Entrambe sulla scrivania. Messa di traverso, ma in modo che potevo vederne il fronte, c’era una targhetta di ottone inserita in una base di legno. Stringendo un po’ gli occhi, riuscii a leggere la scritta: L’irrazionale è sempre in agguato. Dobbiamo farcene una ragione.  Allora non era una frase da cioccolatini! Di certo Chavez non l’aveva trovata nell’uovo di Pasqua. Doveva essere una di quelle frasi sentenziose, parto di qualche intellettuale, qualche filosofo, qualche scrittore… che so… Gallegos… Izaguirre… Machado. Ma la mia conoscenza della letteratura venezuelana era pressoché zero. Di certo era una frase che aveva fatto presa. Trasversalmente. Verticalmente. Dai taxisti ai presidenti. E poi non c’era il tempo di specularci oltre. Probabilmente il presidente si era accorto della mia distrazione. Prima di ritornare al nostro pacato e cortese conversare, non potei però fare a meno di fissarmi  sul secondo oggetto: una pistola. Era lì. Quasi a portata di mano. Il suo corpo nichelato restituiva  dettagli della stanza. Le guancette, di una rara madreperla grigia e bianca, assecondavano la sinuosità del calcio, come i movimenti di una ballerina di habanera. Era una magnum. Strano. Nella mia immaginazione, corrotta da una iconografia cinematografica stereotipata, mi sarei aspettato una spigolosa e squadrata superautomatica. Non un revolver. Ma in effetti, ripensandoci, quell’enorme rivoltella dai procaci fianchi era più in linea con la figura esuberante e un po’ femminea di Chavez.
        - Cosa mi dice del sigaro? E di suo gradimento?
        - Mai fumato niente di così… così inebriantemente avvolgente, come…
        - Come il calore di una mujer -  mi venne in aiuto Chavez.
        - Di grande temperamiento - aggiunsi io.
        - Lo sa, mi piace il suo stile periodista… la sua prosa - prosegui Chavez  - E’ come una salsiccia. Ma una salsiccia genuina. Che va giù e non tradisce. Scrive in modo diretto ma ispirato. Lei è una persona attenta e sensibile. Dietro la sua ironia non si nasconde nulla, forse  un po’ di timidezza. Lei non sembra al servizio di nessuno, se non della sua coscienza. E poi, avendo ormai scollinato da un po’, può permettersi di dire quello che vuole.
        Questi inaspettati complimenti mi stavano imbarazzando. Possibile che avesse letto i miei articoli? Magari i suoi servizi segreti. D’altronde c’era del vero in quello che diceva. Soprattutto che, ormai superati i sessanta, non c’era niente che mi rimanesse sulla punta della lingua. O nella penna. Anche se  nemmeno da giovane scherzavo. Sempre  troppo schietto, troppo diretto, e troppo impulsivo. Ma poi mi dicevo: attenzione, non farti mettere nel sacco. Come ti blandisce, può anche fregarti. D’altronde per avere tanto consenso deve essere un  vero incantatore di piazze.  E poi cosa diceva La Rochefoucauld:  Dio ha dato agli uomini la parola per nascondere i pensieri.  E Chavez conosce l’arte di nascondere. Di dissimulare. Come avrebbe fatto se no ad arrivare fino a lì. Magari vuole adularti, farti  venire allo scoperto, per poi ordinare ai due ufficiali di prima di condurti a fare un giretto… Mentre pensavo tutto questo, lo sguardo era fisso sulla pistola. Avrei potuto afferrarla e… Ma la voce del Presidente mi restituì alla realtà del momento.
        - Non tema, gli Yankee mi dipingono come un dittatore. Proprio loro che hanno costruito alcuni dei peggiori dittatori del Novecento. Ho fatto anch’io cose discutibili. Alcune tremende. La gestione del potere, quando sei circondato da avversari così potenti, ti porta inevitabilmente a eccessi. Ma ciò che ho fatto in nome del popolo era per la mia gente. Per il mio Paese. Per  proseguire sulla strada  tracciata da Simon Bolivar. Per la sua terra. Che è anche la mia.  A volte mi comporto da caudillo, forse sono un caudillo, ma non sono  un dittatore o un tiranno fantoccio.
        A dir la verità tutte queste distinzioni mi sembravano… Quanto alle giustificazioni per gli eccessi… dicono tutti così, pensai. Il fine giustifica ogni azione: siamo alle solite. Pensare che basterebbe afferrare quella pistola e anche Chavez sarebbe un ricordo. Probabilmente diventerebbe un busto di marmo nella Galleria dei Padri della Patria.
        - Allora, vuole intervistarmi? Le offro questa opportunità. Ho bisogno di una persona onesta, obiettiva e distaccata, un professionista per quanto possibile indipendente. Insomma uno che se mi rivolge una critica non lo fa in malafede. E quando riconosce qualcosa di buono che ho fatto non mi provoca conati di vomito. Qualcuno che dica ad un’ Europa che mi critica senza sapere. Per partito preso. Che dica finalmente quello che sono. Non voglio né un servo del capitale, né un lacché del mio governo. Se rifiuterà capirò, non la farò prendere a cannonate. Stia tranquillo! -  rise. – sa, è un nostro modo di dire. Si cazzeggia anche tra noi spietati militaristi. In ogni caso lei se ne potrà andare così come è venuto. Con sottobraccio questa cartella, che contiene le fotocopie del testo che aveva chiesto di consultare. E, in più, questo lasciapassare a tempo indeterminato in tasca, che le permetterà  di entrare, uscire, andare ovunque in lungo e in largo per   tutto il Paese. A suo piacimento.-  Si fermò per un momento, poi aggiunse: - Ci pensi su.  C’è tempo.
           
        Tempo, tempo. E invece avrei potuto finirla subito. Liberare il mondo dall’ennesimo dittatore. Non ne sarei uscito vivo, ma che importa: per vivere... avevo vissuto ormai. E invece stetti lì, comodamente seduto, a gustarmi avana e rhum. Non allungai la mano. Gettai la spugna.  Preferisco pensare sia stato per paura. Pura vigliaccheria. Ma forse stavo ancora sognando. In quella notte americana così calda da togliere il respiro.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

All rights belong to its author. It was published on e-Stories.org by demand of Gabriele Zarotti.
Published on e-Stories.org on 10.03.2015.

 

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