Gabriele Zarotti

Pulp Road.




(Che i sogni restino sogni.)
 
       
        Era una vita che desideravo percorrere la Route 66. La mitica Mother Road di Furore. Di Get Your Kicks On Route 66 di Chuk Berry: ...if you ever planned to motor west, just take my way...  Delle pompe di benzina solitarie immortalate da Hopper; o quelle sperdute nel deserto, coperte da tre dita di polvere e mille  schizzi di fango, che ripetono sempre lo stesso refrain come flipper impazziti : dlin... dlin... dlin... dlin... E giù che  la gasolina corre a fiumi negli insaziabili  serbatoi  di una   Eldorado del 53, o una vorace Thunderbird coupé.
        U.S. Route 66: sterminato serpente d’asfalto che sfida irridendo la pionieristica strada ferrata trascontinentale, la prima a insidiare la wilderness così cara a Thoreau. Six-six. Sixtysix. Da strada delle opportunità a microcosmo dell’America; da  percorso dell’anima a scelta di contestazione ed emancipazione; da passaggio per la libertà a via di fuga dall’omologazione, dal conformismo della società.  Mitico  richiamo  On The Road:  Una macchina veloce, l’orizzonte lontano e una donna da amare alla fine della strada...    Che ti possa andare una canna di traverso, dannato Kerouac, per avermi fatto così amare questo Paese. E reso ancor più bruciante la delusione per tutto quello che ha combinato nel Vietnam. Ho pianto e imprecato di rabbia fino a non avere più lacrime. Fanculo a te !
        Mentre gridavo fanculo con quanto fiato avevo in corpo, mi svegliai, distesi le gambe e le stiracchiai così a lungo che se mi fossi alzato in quel momento sarei stato più alto di una spanna. Dopo qualche minuto con un colpo di reni ero in piedi. In un lampo mi ritrovai sulla tazza. 
        -... well it winds from Chicago to LA more than two thousand miles all the way...  
        Lo scroscio dello sciacquone evocò, per un attimo, le onde dell’oceano contro le rocciose coste della California. La mia voce non era poi cosi male, pensai, accennando il passo dell’anatra con una immaginaria Gibson tra le mani. D’altronde alle elementari ero entrato nel coro della scuola. Avevo perfino cantato al Regio. Mi sbarbai, continuando a fischiettare fino a che lo specchio non ne poté più della mia faccia, di tutte quelle smorfie, delle vanesie, plastiche pose da Mister Universo e mi suggerì, appannandosi, di abbandonare la scena.
       
        Era una splendida mattina d’estate del ’79. Mi sentivo vibrante di energia, pronto ad affrontare quell’esperienza che, anche se arrivata a tempo un po’ scaduto, aveva sempre il suo appeal. Appena uscito dalla stanza del motel, mi accorsi di essere il primo. I miei compagni, tutti ormai over trenta come me, se la prendevano un po’ comoda. D’altronde la sera prima, da Madame Dénise, avevamo  tenuto molto alta la bandiera. Bussai con forza ad ognuna delle tre porte gridando:  - Polizia! aprite! Dobbiamo controllare i documenti. Se non aprite subito... sfondiamo la porta!   
        - Sì, e poi la ripaghi per nuova... vai, vai patacca! vai a prenderlo in culo! ti stanno aspettando! - gridò William con voce strozzata da fumo e alcol.
        Albert, William, Peter e... Gabriel, che poi sarei io, l’io narrante. L’ideatore,  il pusher del viaggio. Senza la mia determinazione, la mia cocciutaggine questa impresa sarebbe rimasta nel libro dei sogni. Avremmo corso il rischio di trovarci un giorno a raccontare la cosa fingendo di averla vissuta per davvero. Come aveva fatto quel nostro compagno delle superiori, tale Francesco Sarfatti il Pedicelloso, che ci aveva tenuti per mesi  a pendere dalle sue labbra, tutti sbavanti, mentre ci raccontava del suo mirabolante viaggio a New York.   Chiusi dentro l’Appia di suo padre. Di notte. Mentre fuori faceva un freddo barbino e i vetri si ghiacciavano. Solo dopo un anno scoprimmo che  quel viaggio non l’aveva mai fatto. Parto della sua mente di fottuto  mitomane. Per vendicarci gli avevamo impestato l’auto con una trentina di fialette puzzolenti. Tanto che la puzza non svanì mai del tutto.  Da piccoli provincialotti della bassa, appena sbarcati, avevamo   americanizzato i nostri nomi per sentirci più  in sintonia con quel mondo così amato, sognato e desiderato da ragazzi: ... dall’altra parte della Luna , come diceva la canzone.
        Era già tardi, eravamo lì, tutti e quattro: jeans, giubbotto e camicia. E un paio di stivali Justin che facevano tanto ICC: italian coglion cowboy. Mancava solo uno Stetson originale. Ma eravamo rimasti un po’ a corto di bucks. Verdoni, insomma. Dollari. Ripiegammo così su quattro berretti dei New York Knicks. Parcheggiata nel grande piazzale del Motel Primrose, una rossa Pontiac cabrio molto vintage sembrava aspettare solo noi.  Era l’unica reliquia ancora marciante che eravamo riusciti a trovare sotto i mille dollari. Ridotti a cinquecento perché eravamo entrati nella manica di Antonio, Tony Formica, il proprietario dell’autosalone più grande di Brooklin. La cosa puzzava un po’, ma nessuno di noi ci fece caso più di tanto. Troppo presi dall’imminente trip. E preda di un inguaribile feticismo per tutto ciò che sapeva anche vagamente di anni ’50. A due passi da lei, un’azzurra Harley Electra Glide, vecchia decrepita, ma con cromature ancora così lucide da specchiarcisi e sentirsi più belli. Unica condizione posta da Albert per seguirci in quella pittoresca traversata.
        Pagato il conto, verso le undici prendemmo il largo. Poco bagaglio, poco denaro, ma tanta voglia di avventura. Io mi sistemai dietro: era una piazza d’armi.  Chissà cosa non aveva visto quel sedile! Appena il motore si degnò di partire, alzai il braccio roteando nell’aria polso e dito, con la stessa enfasi che sfoderano gli ufficiali delle truppe a cavallo quando danno l’ordine di mettersi in marcia. Cosa che non mi sarei mai sognato di fare a casa. Roba da diventare una  delle tante patetiche macchiette della città.  Faceva molto caldo. Nonostante la capote abbassata si sudava a fiumi. La mia schiena si stava fondendo con  la pelle del sedile. Guai a muoversi, c’era da scorticarsi. Peter, che fin da piccolo sembrava affetto da ballo di San Vito e non stava fermo neanche a legarlo, toccava freneticamente tutto, morbosamente affascinato da ogni oggetto meccanico, minimamente tecnologico. Non gli sfuggiva niente. Non si salvava nemmeno una spilla da balia.   E così ogni elemento sporgente di quel cimelio divenne facile preda dei suoi artigli.   Tocca e ritocca, ben presto gli rimase in mano un tasto dell’autoradio. Una cromatissima Motorola a valvole. Pensare che eravamo solo agli inizi. Cosa ne sarebbe stato della Pontiac arrivati in vista del Pacifico? Per fortuna l’apparecchio  era bloccato su  una stazione che trasmetteva solo rock  anni ’50.
        Di tanto in tanto Albert, detto Facciadaschiaffi, si affiancava mimando Easy Rider.
        - stai attento, non fare il ganassa. Qui la polizia non scherza! Non ci pensano su due volte  a  far fuoco! - gli gridavo, mentre William, Pennellone per la sua statura,  al volante, scrollava la testa. Comunicandogli col solo movimento delle labbra e un intenso  sguardo di commiserazione:  - s t r o n z o... sei  il   solito   esaltato   s t r o n z o - E lui rispondeva con quel tipico sorrisetto  tra il beato ebete e il prendiperilculo,  mentre il foularino rosso alla  pistolero garriva al vento.
        Alla sera eravamo in vista di Chicago. Ci fermammo a dormire poco prima di imboccare la mitica highway.  Volevamo aspettare la luce del giorno per vedere la storica targa metallica in tutto il suo splendore e immortalarla con la cinepresa. Una  superdotata Beaulieu sedici millimetri, che Peter  aveva ereditato dal padre.  All’alba eravamo già lì, col naso in su, in ammirazione della “lapide”. Era una splendida giornata. I colori intorno così squillanti da accecarti. Un vero orgasmo per il cuore. Dopo  lungo silenzio: - Let as go iiiist! - gridai nel mio improbabile americano. Accennammo  il  passo dell’anatra all’unisono, mimando alcuni downstrokes... e via! Il dado era tratto. Niente avrebbe potuto più fermarci. E poi avevamo superato  ormai il punto di non ritorno.
      
        U.S. Route 66: 2448 miglia attraverso otto stati. From coast to coast. Ci eravamo presi quindici giorni di tempo per percorrerla. In assoluto relax. Niente tappe forzate. Viaggio creativo e ricreativo. Fantasioso happening on the road. Eccome se sarebbe stato fantasioso! Quanto a happening, avremmo presto avuto modo di sperimentarlo sulla nostra pelle.
        Ci fermammo per la notte vicino a St. Louis. Quella sera non riuscivo a prendere sonno. Forse l’emozione, la soddisfazione per essere riuscito a dar vita a un sogno. La mente continuava a saltare disordinatamente qua e là.  Mi ritrovai davanti pure il faccione  very cicatrose di Tony Formica.
       - mille backs, ma per voi, miei cari cumpà.. sapete che mi state  very... como se dice... simpatico? facciamo faiv handred... qua la mano e nun se ne palla acchiù!
        Poi il viso dolce di quella ragazza da Madame Dénise: avrei potuto innamorarmi... forse sposarla, farci quattro figli... Finalmente mi addormentai.
       L’indomani mattina tutti in pista. Peter, che  per la sua mania era soprannominato Manidimerda e - bisogna dirlo - aveva anche un occhio molto attento ai dettagli, ci disse che qualcuno aveva ficcato il naso nella nostra macchina.
        - Mavalà! - gli risposero all’unisono Albert e William.
        - Tu hai bisogno di una vacanza. Appena in Italia ti spediamo in montagna! 
        - Eppure sono quasi certo - disse guardandomi, come a cercare sostegno morale e tirarmi dalla sua.
        - Vedi quelle impronte... lì... sui tappetini posteriori... non sono dei nostri stivali: suole di gomma rigata, punta tonda, tacco normale.
        Aveva ragione, ma risposi che probabilmente era stato qualche ragazzino curioso. Anche se dalle dimensioni del piede sembrava più trattarsi di uno Sasquatch, lo Yeti americano.  A occhio e croce portava almeno il 49. Riprendemmo il cammino, con Peter che continuava a rimuginare sulle orme, bofonchiando di tanto in tanto.  Questo non gli impedì di staccare di netto, a forza di dai e dai, l’aletta parasole destra. Per fortuna  che in ogni macchina ce ne sono due!
        Il viaggio procedeva liscio come l’olio, auto e moto filavano che era un piacere, i motori cantavano, noi anche.
        - ...We have climbed so high...never want to die...born to be wild, born to be wild!   
        Il morale era alle stelle. Superate d’un balzo Sprigfield e Tulsa, venne  poi Oklaoma City, dove ci perdemmo a zonzo per la città per alcune ore. Ed infine ci regalammo una notte in un fatiscente Hotel due stelle e... uno sperone. Da alcuni giorni avevo la sensazione che qualcuno ci seguisse. Piccole cose: un’ auto nera che, appena William aveva rallentato per inforcare i Ray Ban, aveva ridotto la velocità per non superarci; un uomo in un vistoso gessato blé,  che aveva girato i tacchi appena noi eravamo usciti da un fast food. Un altro che aveva abbassato il giornale come a spiarci, e poi lo aveva rialzato di scatto appena mi ero girato. Forse  si trattava di quisquiglie. Magari abbagli. C’è da dire che io ero il più sospettoso della compagnia: Gabriel il Dietrologo, mi chiamavano. Così non ne feci parola con gli altri per evitare la fine di Peter.  Aspettavo  che il sospetto si trasformasse in tre indizi, e diventasse finalmente prova.  A notte fonda, ormai stanchi, decidemmo di fermarci. A occhio dovevamo essere nelle vicinanze del confine di stato.  Infilammo una strada sterrata che conduceva ad  una sorta di locanda-motel con le insegne che friggevano come gigantesche zanzare arrostite sulla sedia elettrica. Variopinte scritte al neon mezze andate, che avrebbero fatto sclerare chiunque con la loro ipnotizzante intermittenza. Si trovava un po’ fuori mano, sperso nel buco del culo della campagna. Aveva qualche vaga somiglianza con quello di Psyco. Ci facemmo  un’isterica risata, accennammo un timido passo dell’anatra, giusto per non perdere l’allenamento, mentre William commentò, anche per farci coraggio : - Vedrete, da un momento all’altro si sentirà la voce del regista: “ questo è l’ultimo ciak, per oggi basta... fine delle riprese... a domani!”
        Capita spesso qui di vedere personaggi e situazioni molto stereotipate, come  uscite  da un set. La realtà è che fin da piccoli cresciamo mangiando  pane e  pellicole americane. E così, talvolta, stentiamo a distinguere la realtà da un film. Potenza della  lanterna magica e della propaganda postbellica!
        L’uomo alla reception, tetro personaggio uscito da un horrorpulp di E. L. White - via di mezzo tra Nosferatu e il gobbo di Notre Dame - alla richiesta di quattro stanze, scrollò ritmicamente la testa, tanto che sembrava gli dovesse rotolare sul pavimento da un momento all’altro.
        - I don’t think so! 
        - Come ? - lo interruppe William -... tu puoi credere o no  quello che vuoi, ma così è:  ui uont for ruums - indicando con la mano - luk et mai hend... uan, tu, fri, for... anderstud ? capito?
        Per capire aveva capito, rispose lui, ma il fatto era che quasi tutte le camere erano in restauro: solo due  agibili. William sbuffò.
        - Restauro? - disse - forse sarebbe meglio saltare direttamente alla demolizione... cazzo mi tocca  condividere il letto con uno di voi tre scoreggioni!
        Io e Peter ci infilammo nella stanza sul davanti; William e Albert raggiunsero quella sul retro, dove c’era un ampio parcheggio. Avevamo appena preso sonno che fummo riportati alla realtà da una rapida sequenza di  rumori inquietanti. Poi la voce concitata di Albert.
        - che ci fai nella  macchina, brutto pezzo di merda... ti stacco la testa!
        Uscimmo di corsa: Albert stava brandendo minaccioso un grosso bastone, mentre confabulava con William.
        - Cosa succede?
        - Prima ho sentito smanettare attorno all’auto, sono uscito e ho visto un brutto ceffo che rovistava dentro... ho gridato e lui, subito, mi ha puntato una pistola, un magnum lunga così (indicando tutto il braccio fino alla spalla) e poi, all’improvviso, se l’è data a gambe. E’ saltato  su  un’auto in corsa che è sparita nel buio come una scheggia. Dileguata in un soffio.
        A quel punto decisi di raccontare tutto. Gli altri sembravano un po’ scettici, ma decidemmo che il mattino seguente avremmo dato un’occhiata. Magari, chissà, azzardai: quel cazzone di Tony Formica l’aveva imbottita di coca, usandoci come ignari corrieri. Chi ci avrebbe sospettati ? con le nostre facce da bravi ragazzi e quelle  folcloristiche mise.
        Alle sei eravamo già in piedi. Controllammo la Pontiac da cima a fondo. Passaggi ruota, vano motore, fondo del baule. Palpammo ben bene i sedili. Smontammo perfino i pannelli delle portiere. Niente. Forse avevamo visto troppi film, disse William. Così rimontammo tutto e riprendemmo il viaggio. On the road again! Verso sera passammo il confine col Texas. Il sole stava tramontando alle nostre spalle, dipigendo un cielo di fuoco. Era l’ora che ovunque intenerisce il cuore ai naviganti. Tranne qui, nei pressi di Amarillo. Dove  ombre nere di giganteschi uccelli rapaci, sorta di  mostri antidiluviani dai famelici rostri, continuano a muovere le loro ganasce. Instancabili, monotoni e precisi come  una tetra coreografia. Su e giù. Giorno e notte. Senza sosta. Per fornire cibo a milioni di avidi velociraptor a quattro ruote. Improvvisamente mi assalì un pensiero: chissà se Peter, con le sue manine, sarebbe riuscito a mettere fuori uso uno di quei cosi. Bella domanda! Lasciato alle spalle tutto quel ben di Dio e calcolato che un giorno di estrazione ci avrebbe consentito di vivere da nababbi per tutta la vita, decidemmo di fare sosta ad Albuquerque.
       
        La stanza era in penombra. Albert aveva un risveglio lento:   passava dalla morte, al coma profondo, al tunnel luminoso e, se non incontrava lungo il percorso un altro morto di sonno con cui scambiare quattro chiacchiere, apriva prima un occhio, poi l’altro... per arrivare, dopo circa mezz’ora,  al completo stato di veglia. Quella mattina più che nel tunnel luminoso aveva la sensazione di trovarsi  in una palude. Si sentiva bagnato, pensò addirittura di essersela fatta addosso. Non capitava più da anni. Da quando, bambino, mangiava l’anguria. Poi sentì il pene in erezione, come in preda ad una inarrestabile tempesta ormonale e... qualcosa che lo teneva. Lo eccitava e, nello stesso tempo, gli impediva di esprimersi al meglio. Di liberare tutto il suo turgore. Via via usciva dal sonno e prendeva coscienza, quella sensazione si faceva sempre più sgradevole. Spalancò di colpo gli occhi, scostò le coperte e, a quella vista, cacciò un urlo così agghiacciante e prolungato che, lacerando brutalmente l’aria, ci gelò il sangue. Il gatto della reception emise uno smiagolio tale che sembrava lo stessero spellando vivo. I corvi appollaiati sulla palizzata gracchiarono di dolore come sodomizzati da un mustang in astinenza da mesi. Tutto quel  caos da tregenda andò velocemente a perdersi lontano nel deserto,  spaventando a morte avvoltoi, coyote, crotali, lucertoloni spinosi... e tutto lo zoo che si poteva trovare nel giro di alcune miglia. Mezzi nudi, corremmo  verso la sua camera.
        - Albert cosa è successo? Rispondi, Albert!
        Visto che nonostante le sollecitazioni c’era un silenzio di tomba, William  si decise a sfondare la porta.
        - Fatevi in là! Gridò, gonfiando il petto come uno spaventoso Hulk  padano.
        Quella che ci trovammo davanti fu una scena tremenda. Tutto era immobile, sospeso nell’aria, come in uno stop frame.  L’orripilante, macabra tela di un pittore maledetto. Altro che rito satanico o truculento sacrificio Azteco. Qui non c’era niente di scontato. Albert stava  appoggiato al cuscino con gli occhi sbarrati, come si fosse fatto una Bertha, insomma, un supercannone, sapete... In realtà le pupille dilatate erano piene di terrore e fisse su quella cosa.  Il letto era inondato di sangue. Al centro c’era il suo membro grondante, stagliato verso il soffitto, stretto da una mano mozzata che sembrava volesse strozzarlo. Peter vomitò sulla moquette. Io mi appoggiai al televisore facendolo rovinare a terra. William biascicò: - Hella vacca!... dimmi che non è vero, sto sognando!
        L’unica cosa  déja vue, era una grande scritta sanguinolenta sul muro in un bel carattere  cagatisotto:  mollate l’osso o  la pagherete cara!
       
         Lo sceriffo era in piedi, vicino ad Albert. In più di un’ora non era riuscito  a cavargli una parola di bocca.  Nemmeno un lamento. I suoi  occhi sbarrati continuavano a fissare il vuoto. Ogni tanto Peter gli passava davanti la mano con le dita aperte a ventaglio, avanti e indietro, alla ricerca di un segno di vita. Un impercettibile battito di ciglia. Non potendo ricorrere alla tortura, lo sceriffo decise allora di interrogare noi tre. Anche se lui un’idea se l’era fatta: pensava si trattasse della vendetta di un balordo a cui Albert aveva esasperato le corna. Gli raccontammo tutto, sospetti compresi. Formica, la coca, l’impronta... Prima si mise a ridere, poi vista la nostra espressione piuttosto incazzata, e ripensando a quanto successo al nostro amico, disse che avrebbe fatto controllare la Pontiac nell’officina della polizia, e parlato col distretto  di Brooklin. Forse solo per tenerci buoni. Aggiunse anche, credendo  di allentare la tensione,  che tutto quel sangue non era umano e quella mano femminile, quella che teneva stretta la mazza del nostro italian gigolò ( e qui non riuscì a trattenere una sguaiata e compiaciuta risata per la caustica definizione) era morta da un pezzo. Ben conservata, ma appartenente ad una donna  cadavere da almeno due mesi. Di certo era stata  rubata in un cimitero. Questo ci tranquillizzò  parecchio.
        L’indomani mattina, i meccanici dello sceriffo smontarono l’auto pezzo per pezzo: non trovarono nulla e, dopo un giorno, eravamo di nuovo in viaggio. Io alla guida dell’auto, Albert sul sedile dietro. William sull’Harley. A Peter spettò il compito di tenere d’occhio lo  sconvolto. Aveva sistemato alla bene e meglio l’aletta parasole, quella staccata di netto, in modo da controllare attraverso lo specchietto di cortesia ogni movimento. Soprattutto ogni espressione dell’allucinato. Di tanto in tanto, nel tentativo di scuoterlo, magari strappandogli un sorriso o un vaffanculo, se ne usciva con questa infelice frase, urlata con tono da squillone dell’Herald Tribune: - La mano morta colpisce ancora! Spara una sega ad un giovane stallone italiano! ah... ah... ah...- Nessuna reazione. Albert non sembrava più tra noi. Forse lo avevamo perduto per sempre. Povero Albert!
       Passammo la notte nel Nuovo Messico, in un motel composto da tanti tipee indiani. E, attorno al fuoco, udimmo dalla bocca del portiere di notte, un bizzarro indiano con tanto di  giacchetta da soldato blu, una delle storie più assurde mai udite. Quella di Intruglio di Fuoco, o Enteroclisma Infernale, un indiano della tribù Hualapai, un energumeno alto più di due metri, che si diceva vivesse in una grotta nel Grand Canyon. Per vendicare le malefatte dei bianchi colonizzatori ai danni della sua tribù, si raccontava che  facesse rapide incursioni notturne nei motel, portando con se una valigetta. Individuati gli WASP (white anglo-saxon protestant), ma solo loro, si introduceva nella camera e mentre dormivano, li denudava, li incaprettava, estraeva dalla valigetta tutto l’armamentario, ed elargiva loro un sontuoso clistere. Con una soluzione di erbe e altri ingredienti naturali che li faceva sostare sulla tazza per giorni e giorni. Lo stimolo poi durava mesi. Per fortuna senza danni fisici. Solo qualche sbarellamento psichico. Nell’accomiatarsi lasciava loro questo sentenzioso messaggio: pentitevi e purificatevi per tutte le malefatte dei vostri avi!  Anche se il racconto sembrava frutto di uno che si era fatto tutte le “piste” d’America, più dieci calumet di erba superfina extra-strong, e anche se non eravamo WASP, quella notte dormimmo con un occhio solo. L’altro rimase spalancato. Giusto in caso... Solo Albert li tenne  aperti tutti e due, ma per ben  altro motivo.
        Al mattino eravamo più stanchi di quando ci eravamo coricati. Comunque l’indiano non ci aveva purgati. Perché va bene tutto: avrei potuto lasciare il mio cuore a San Francisco, perfino seppellirlo a Wounded Knee, ma lasciare il mio culo a sdilinquirsi tra dune e cactus proprio non lo avrei sopportato! Dopo una striminzita colazione indiana, caricammo le nostre poche cose in auto. Peter, la cui mente era ancora persa per  verdi praterie d’ “erba”, fece una rapida panoramica del villaggio con la fedele Beaulieu, una di quelle dette “a schiaffo” dove, una volta proiettate, non si vede quasi nulla, e via in marcia! Ci stavamo avvicinando alla meta e ognuno di noi, in cuor suo, forse non vedeva l’ora di arrivare. L’entusiasmo dell’inizio era ormai un ricordo e aveva lasciato il passo alla più cupa delle inquietudini. Nessuno aveva più voglia di scherzare. Anche Peter la piantò  di sparare cazzate. Attraversammo di corsa il Nuovo Messico ed entrammo in Arizona. Nemmeno il fascino mozzafiato del Painted Desert , la maestosità delle Black Mountains, o lo stellare, metafisico vuoto  dell’Odessa Meteor Crater riuscirono  a ridestare più di tanto il nostro interesse, la nostra meraviglia. La mente vagava altrove. Solo Peter trovò la forza di filmare tutto. Difficilmente ci sarebbe stata un’altra occasione. E poi era la prova che lì “c’eravamo stati” per davvero. Esausti, ci fermammo al Painted Desert Motel. Mi buttai sotto la doccia e per poco non mi addormentai. Senza asciugarmi mi trascinai sul letto e svenni.
        Sognai di trovarmi in mezzo ad una sparatoria, tipo Sfida all’Ok Corral. Le pallottole piovevano da ogni parte ed io cercavo invano di trovare un riparo. Poi, a poco a poco, mentre emergevo da quel sonno comatoso, sentivo quegli spari sempre più distinti e vicini. Sembravano veri. Ma certo! Fuori sparavano come matti. Invece di cercare riparo sotto il letto, un po’ in trance, mi alzai e aprii la porta. Si vedeva solo il bagliore degli spari, e si udiva il frastuono dei colpi, il crepitare di mitragliette e il sibilo dei proiettili. La porta si chiuse alle  mie spalle. Baciami il culo! adesso dovevo mettermi al riparo.  Ero troppo esposto, un bersaglio perfetto perfino per un orbo. Cercai di raggiungere la Pontiac. Ma proprio da lì partì una sventagliata che mi fece deviare verso un pozzo. Con la velocità e il balzo della lepre alla fine mi tuffai a pesce. Era buio pesto. In fondo al pozzo, al posto della luna,  c’ero io. Appena mi fui ripreso dalla botta per la caduta, mi toccai un po’ qua e là per controllare che non ci fosse niente di rotto. Poi mi misi seduto e brancolai nel buio con la mano destra. L’abbassavo, l’allugavo, l’agitavo un po’ alla carlona, finché toccai qualcosa di morbido, di umidiccio. Sembrava... un naso, poi una bocca, un mento, degli occhi. Merda!  Doveva essere il corpo di un  gangster, colpito in tutto quel putiferio. Eravamo tutti e due caduti durante il fuggi fuggi. A lui era andata peggio: non era il suo giorno fortunato! C’era un odore tremendo : di muffa, di marcio, di piscio, e di morte. Poi sentii qualcosa che mi gelò il sangue: qualcosa di ruvido si muoveva sulla mia faccia. Un animale forse. Un topo? Magari un crotalo muto. Forse uno schifoso ragno del Texas, o un micidiale scorpione? Cristo Santo! Me la feci addosso senza riuscire a bloccare il getto.  Nel tentare di scacciare la bestiaccia mi accorsi che non reagiva. Ma certo, che stupido! Realizzai dopo pochi secondi che era il capo di una fune. Forse quella del pozzo. Radunate le poche forze, mi feci coraggio e l’afferrai. Comincia a salire lentamente puntando i piedi contro le pareti, che per fortuna presentavano parecchie crepe. Finalmente riuscii a guadagnare l’imboccatura con la forza della disperazione. Adesso ci voleva un ultimo sforzo. Su, issaaa! Ecco, ero sul bordo.  Mi lasciai cadere a terra. Picchiai la testa contro il secchio. Che dolore! Mi ripresi che  ero supino. C’era un gran silenzio attorno. Rimasi così, ad occhi aperti, compiacendomi di essere vivo. La luna faceva capolino di tanto in tanto, liberata da sottili nere nubi sfrangiate.  Da sabbah delle streghe.
        Adesso dovevo cercare gli altri. Mi alzai in piedi. Riuscivo a camminare, anche se le gambe tremavano come gelatina Jell O. Raggiunsi la veranda del motel. Sembrava di sentire dei rumori. Improvvisamente una mano mi scivolò davanti alla bocca tappandola, mentre un’altra mi bloccava il braccio sinistro dietro la schiena. Ero fottuto, pensai. Il cuore mi esplose in gola. Poi una forza sovrumana mi scosse come un fuscello, mi fece fare un mezzo giro, e mi incollò, sempre tenendomi la mano davanti alla bocca, alla parete di legno. Aspettavo il momento in cui una lama mi sarebbe entrata nella  pancia, lacerandomi  carne e budella e, passandomi da parte a parte, avrebbe  drammaticamente  posto fine alla mia assai promettente vita. Aprii gli occhi e vidi, due spanne sopra la mia faccia, un gigante. Il mostro di Frankenstein al quale erano cresciuti i capelli fino alle spalle. Mi scappò un altro schizzo di urina. Ora, con mossa repentina, mi teneva con una sola mano  che stringeva il collo. Con l’altra fece cenno di non gridare.  Non c’era pericolo. Anche volendo, dalla mia bocca non sarebbe uscito niente. Inchiavardata! Improvvisamente un flash! Ma certo! Doveva essere Intruglio di Fuoco o come cazzo si chiamava. L’indiano Hualapai. Quello con la valigetta del clistere. Quello matto come sette cavalli. A suo confronto Cavallo Pazzo era sano, lucido e saggio come un lama tibetano. Ma non viveva nel Grand Canyon? Che ci faceva lì? E poi noi non eravamo WASP. Non sembrava avere intenzioni ostili. In ogni caso, vi assicuro, l’ultima cosa di cui avevo bisogno in quel momento era un bel clistere: avrei evacuato senza aiutino. Adesso eravamo al completo, sembrava proprio la notte di Valpurga, nel cortile del castello di Dracula, con un tocco di Morti Viventi.
        Sentivo il suo alito caldo scendere sulla mia faccia come un phon. Appena mollò la presa, guardai in su. Due enormi denti d’argento mandavano scintille al chiarore della luna.
        - piccolo uomo bianco non avere paura... adesso liberiamo i tuoi amici - sussurrò con la sua voce baritonale.
        Lo seguìi senza dire niente. Come la bambina il gigante. Dietro una baracca, c’erano tre superstiti di una delle due bande che fumavano. Peter, Albert e William legati e sdraiati a terra.  Clistere Infernale mi fece un segno che mi proiettò improvvisamente in un’azione di guerra: con indice e medio tesi a vu puntò i suoi occhi, come a dire fai attenzione, e poi mi gelò, indicandomi con l’indice di buttarmi a terra e restarci. Doveva aver intuito  che non ero un Navy Seal. Non so come, in quattro e quattr’otto, i gangster  furono incaprettati e Peter, William, Albert liberati. Nel frattempo un altro miracolo si era compiuto: Albert, il mio amico Albert, era tornato in sé, la faccia era nuovamente da schiaffi: potenza della paura! Il tempo di abbracciarci e l’indiano non c’era più, svanito nel nulla come per incanto. I tre incaprettati non erano stati purgati. Con ogni probabilità c’era sangue italiano nelle loro vene.  Passammo la notte all’aperto. In mezzo a tutti quei cadaveri. Non osammo allontanarci. Il mattino seguente, all’alba, fummo avvistati da un elicottero dell’FBI. Ci prestarono i primi soccorsi in attesa delle auto e dell’ambulanza.  Ci spiegarono tutta  l’intricata  faccenda. La trama che era andata in scena a nostra insaputa.
        Tony Formica e la sua banda erano gli autori del furto al blindato della Union Bank: oltre trecentomila dollari in lingotti doro. Per farli uscire dallo stato li avevano fusi, trasformandoli in parti di auto e moto: maniglie, modanature, pomoli, qualsiasi parte metallica che potesse essere  cromata o verniciata. Poi li avevano sostituiti a quelle della Pontiac e dell’Harley.  L’idea non era nuova, ma avrebbe funzionato. Quindi, come cacio sui maccheroni, eravamo capitati noi, alla ricerca di un auto d’epoca e di una moto. Con noi a bordo tutto sarebbe filato molto più liscio. A Los Angeles, avremmo rivenduto i due catorci al salone indicatoci da Tony, e il cerchio si sarebbe chiuso. Nel frattempo  una parte della banda era entrata in conflitto con Formica. Per lievi contrasti nella suddivisione del bottino. Pur sapendo che l’oro avrebbe viaggiato su una Pontiac del 57 e una Electra Glide, il braccio ribelle non era  però a conoscenza della trasformazione che il prezioso metallo aveva subito. Da lì era scattato il pedinamento e i tentativi di mettere le sgrinfie sulla refurtiva. Fino al cruento scontro a fuoco tra due gang, la notte prima, e quella carneficina nel cortile del motel.
       
        Brutta, davvero brutta esperienza. Da non augurare al peggior nemico. Nemmeno a Francesco il Pedicelloso. La strada, del benessere, del progresso, simbolo dell’avventura, dell’iniziazione, dell’educazione sentimentale, il sogno di una fase fondamentale della vita, si era trasformata nella tragica strada del terrore. Sarebbe stato assai difficile dimenticare. Forse impossibile. Tornavamo a casa provati e delusi. Un mito, se non infranto, si era ridimensionato. Eravamo drammaticamente usciti da una infatuazione adolescenziale. E diventati bruscamente adulti. Passo dell’anatra*, addio!                           
 
 
 


*Per chi non lo sapesse, il passo dell’anatra fu inventato da Chuck Berry. Probabilmente il primo di una serie di fantasiosi passi con cui i gruppi rock, mentre eseguivano i loro pezzi, mandavano in visibilio i fans. Jackson, col suo back step, sarebbe arrivato secoli dopo. Curioso il contrasto fra i due movimenti: quello di Chuck tutto proteso in avanti, quello di Michael inesorabilmente arretrante.  Segno dei tempi? (n.d.a)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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Published on e-Stories.org on 05.03.2015.

 

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