Gabriele Zarotti

L'Abbé Mauriac e il manoscritto perduto.



(Se c’è una morale in questo mondo senza dubbio si nasconde molto bene)
 
               
        Chi vuole uccidere il tempo? Con questa domanda  surreale e   inquietante iniziava il manoscritto dell’Abbé Mauriac. Un’ opera   destinata a disvelare, e forse a veder riconosciuta tutta la sua profetica forza, solo nella prima parte del terzo millenio. Ma che, nel frattempo, stava per procurare all’autore non pochi fastidi e sventure.
       
        L’Abbé Mauriac era uomo di umili origini e media cultura, che però possedeva una dote invidiata da molti e posseduta da pochi.  Questo lo rendeva inviso ai più.  Specie a tutti coloro che nella gerarchia ecclesiastica si vantavano di avere cultura ben superiore alla sua. I cosiddetti luminari di Dio, i detentori di ogni conoscenza dei misteri della fede e del mondo e, come tali, i più titolati a discettare di qualsiasi argomento: divino o terreno che fosse. L’Abbé Mauriac aveva da poco compiuto ventinove anni ed era assegnato ad una piccola diocesi, sede dell’Abbazia benedettina di Cluny, con limitati compiti di routine. L’abbazia aveva ormai perso l’importanza da tutti riconosciuta durante il corso dell’Alto Medioevo, e sarebbe stata secolarizzata alla fine del secolo. In tempi molto andati, grazie alla fedele aderenza alla Regola benedettina, Cluny brillò come faro del monachesimo in tutto il mondo occidentale. Spesso soggiorno di religiosi assai dotti, stimati e apprezzati, produsse importanti opere di pensiero. E anche se adesso stava vivendo il suo momento di inesorabile declino, questo glorioso passato non aveva mai smesso di aleggiare fra le sue mura, ispirando i  pochi fortunati che ebbero l’umiltà di  stare ad ascoltare. Perché in certi luoghi anche le pietre parlano.
   
        Correva l’anno 1759. Tempo in cui l’industria stava cominciando a diffondersi un po’ ovunque. Anche se di vera e propria rivoluzione industriale si comincerà a parlare solo agli inizi dell’Ottocento. Le prime strutture di tipo industriale cominciarono a fare la loro comparsa già nella seconda parte del XVII secolo. Erano soprattutto laboratori tessili, dove le prime macchine, insieme a nuove tecniche, avevano integrato il lavoro manuale dell’uomo. Permettendo di produrre, con meno fatica e più velocemente, quantità superiori a quelle artigianali. Anche se eravamo ben lontani dalla catena di montaggio. Timidi segnali provenivano anche dall’agricoltura, con l’apparizione e la diffusione di nuovi strumenti agricoli e l’introduzione e l’estensione di nuove colture. La Francia era e restava fondamentalmente un paese agricolo. Ricca di una fitta rete idrica che agevolava i trasporti. Questi timidi mutamenti presero più vigore e consistenza all’inizio del XVIII secolo. In ogni caso, in Francia, questo modello di sviluppo procedeva più lentamente rispetto alla vicina Inghilterra. La crescita demografica subì un notevole incremento. Tanto ci pensavano le guerre a fare da calmiere. Il rapido inurbamento aveva fatto assumere a molti piccoli centri dimensione di città.  Nella società si era innescato un lento processo di cambiamento. La nobiltà iniziava a dare segnali di cedimento sotto la pressione della borghesia. E anche la Chiesa Cattolica cominciò ad essere minacciata da altre professioni religiose. La Massoneria, per esempio, a partire dagli anni 20  lasciò, sulla scia delle logge inglesi, i propri appartenenti liberi di professare la religione che volevano. Valori quali l’uguaglianza, la meritocrazia, l’autogoverno, il rigore, il metodo, la libertà di dialogo gareggiavano con quelli che sembravano principi eterni e immutabili. Anche la percezione del mondo dell’uomo comune iniziò a mutare. Molto lentamente. Erano fremiti, nuove idee, che cominciavano a viaggiare da nord a sud, da ovest a est. Anche se ancora lumicini. I lumi, quelli veri,  sarebbero arrivati di lì a poco, in piena  seconda metà del 700. D’altronde questo era il loro secolo.
        Già da qualche tempo era cambiata la percezione del tempo.  Da quando, ancora nel Medioevo,  il suo fluire, scandito dal calendario liturgico, dai tempi di semine e  raccolti e quotidianamente da sole, luna e rintocchi di campane, era stato affiancato dal tempo del mercante e dagli orologi. Un tempo che per necessità dei commerci era stato ridefinito in modo molto più preciso e analitico.  La giornata veniva  espressa in 24 ore esatte, suddivise in minuti e secondi. E fu stabilìto che l’anno iniziava col primo di gennaio.  Anche lo spazio assumeva nuova dimensione.  Quello circoscritto del contadino veniva inglobato in quello sconfinato dei mercanti e dei banchieri. Ma per il momento possiamo fermarci qui e tornare alla nostra storia.
       
        Fra un compito e l’altro, all’Abbé Mauriac rimaneva molto tempo da dedicare alla sue attività preferite: pensare e scrivere.  Fissare sulla carta le sue intuizioni, che seppur frutto di lenta maturazione arrivavano all’improvviso, con una rapidità e urgenza che non appartenevano  ad un mondo  ancora abbastanza assonnato. Ma che di lì a poco si sarebbe svegliato, avrebbe cominciato a lubrificare i suoi ingranaggi, e si sarebbe messo a girare in fretta.  Sempre più in fretta. Erano vere e proprie epifanie che  lui doveva fissare sulla carta, per poi elaborarle, spiegarle, connetterle, amplificarle, contestualizzarle con calma.  Stavolta si era infilato in una storia che lui stesso non sapeva dove  avrebbe condotto. Un argomento affascinante ma pericoloso. Molto pericoloso. Perché così come i muri parlavano, i muri avevano orecchi. Non due. Mille. Anche di più.
        Passava i suoi giorni così: tra i pochi incarichi che gli venivano affidati, qualche lavoro manuale,  il refettorio, le solite preghiere. Di giorno, nei tanti ritagli di tempo, deambulava nell’abbazia. E fra antichi capitelli, sculture e immagini sacre, meditava.  La sera scriveva.  Investiva i pochi danari che aveva risparmiato prestando la sua opera di tutore presso una  famiglia nobile, per acquistare qualche candela che accumulava con diligenza benedettina nella sua cella. Dopo l’imbrunire, seduto sul bordo del  letto, ne prendeva una, vi faceva una tacca, l’accendeva e, avvolto in quella timida, tremante luce, la sua mano trasferiva i pensieri su carta.
        La carta, il meraviglioso supporto che i cinesi avevano inventato e gli arabi avevano perfezionato e introdotto prima in Spagna e da lì in tutta Europa. Erano fogli di varie dimensioni.  Pezzi di recupero. Che lui si procurava mendicando qua e là. Soprattutto pietendo presso gli amanuensi dell’abbazia. Li raccoglieva, li trattava un po’, scolorando leggermente la parte già scritta coi vapori della cucina e, appena asciugati, li cospargeva di un misterioso composto d’erbe e buccia di limone.  Poi li riutilizzava scrivendo fra una riga e l’altra. Oggi  verrebbe da sorridere: sarebbe definita arte di arrangiarsi. A quei tempi era la regola. Solo vescovi e papi si potevano permettere il lusso di usare di tanto in tanto carta intonsa. Aveva appreso tutti quei segreti e l’arte della bella calligrafia dal padre, uno degli ultimi amanuensi laici.  Dopo un’ora circa, appena la cera arrivava a lambire la tacca, smetteva: questa era la regola che si era dato. Una luce accesa troppo a lungo avrebbe alimentato chiacchiere e sospetti. Accumulava così pagine su pagine, che poi avvolgeva accuratamente in una pelle d’agnello che nascondeva dietro una pietra. Non si sa come, ma voci su questo sua occupazione giunsero all’orecchio prima del Priore, e salirono su su fino ad andare  a solleticare l’interesse dell’ Arcivescovo  Antoine de Montazet, nella sua residenza di Lione. Le voci correvano anche a quei tempi. Soprattutto a quei tempi.  Erano una delle forme più potenti, anche se molto imprecisa, di divulgazione delle notizie. Una delle regole della Chiesa era che nessuno avrebbe potuto scrivere opere a meno che non ne avesse ricevuto preciso incarico dalla Curia, o  informato il suo superiore. E ciò che faceva l’Abbé Mauriac non rientrava in questi casi. Lui sapeva che se avesse seguito le regole alla lettera, la sua opera sarebbe certo stata stroncata sul nascere. E non ne aveva fatto menzione con nessuno. Va ricordato che il Tribunale dell’Inquisizione era ancora operante. E non si sarebbe lasciato certo sfuggire questa ghiotta occasione. Avrebbe più che volentieri ficcato il suo sadico naso fra quegli scritti.
        Convocato dal Priore, l’Abbé fu costretto a giurare sul crocifisso che erano tutte falsità. O meglio: che  lui scrivesse  rispondeva a verità. Lo ammise. Ma solo di tanto in tanto. Si trattava di lunghe lettere ai suoi parenti, che vivevano nel nord della Francia. Pagine che affidava a qualche mercante di passaggio perché le portasse a destinazione. Non poteva definirsi completamente spergiuro, perché questa seconda parte era vera. Si trattava quindi solo di un peccato di semiomissione. Lui era convinto che, data l’importanza e il contenuto della sua opera, Dio non solo lo avrebbe perdonato, ma avrebbe condiviso le tesi che propugnava. Il Priore gli credette sul giuramento e inviò una lettera per tranquillizzare il Vescovo. Il caso sembrava chiuso.
       
        Dobbiamo qui ricordare che l’abbé, in Francia, era una figura un po’ particolare. Veniva chiamato abbé un prete  alla base della scala gerarchica del clero cattolico. Un antico concordato tra Papa Leone X e  Francesco I  consentiva al re di nominare 255 abbé. Almeno uno per ogni abbazia del Paese. Potevano essere o meno consacrati. E si riconoscevano per il  loro abito nero o viola scuro, con un piccolo collarino bianco. Dato che  non erano tenuti a prestare servizi particolari nell’abbazia, spesso si facevano assegnare a famiglie nobili come tutori.  Oppure si dedicavano allo scrivere: ricopiare testi sacri o vergare a mano pagine su pagine sotto dettatura.
        D’altronde, dal momento che aveva accettato di vivere in comunità come un monaco benedettino, l’Abbé  Mauriac doveva anche sottostare a certe comuni abitudini e norme di comportamento. E soprattutto seguire la Regola. In ogni caso, quello era stato un segno del divino. Un avvertimento. L’Abbé Mauriac sapeva che non avrebbe potuto continuare a lungo su quella strada: presto o tardi sarebbe stato scoperto e allora… Non temeva tanto per la sua vita. Solo non tollerava l’idea di dover lasciare incompiuta la sua opera. Diradò così le sue scritture clandestine. E meditò a lungo. Al buio. Arrivò alla conclusione che avrebbe dovuto andarsene. Cercare un posto lontano dove poter continuare e magari concludere la sua fatica. Dopo alcuni mesi, chiese udienza al Priore e gli comunicò che i suoi genitori erano molto malati e avrebbe voluto assisterli durante il trapasso. Per confortarli negli ultimi giorni su questa terra.  E nell’occasione gli chiese un aiuto perché gli trovasse una nuova assegnazione. Il Priore non sospettò nulla. L’Abbé si era sempre comportato bene, aveva seguito La Regola con diligenza, come un bendettino, e si adoperò per esaudire le sue richieste. Così fu. Una nuova abbazia lo stava aspettando. Raccolse le sue poche cose.  Nascose in petto la pelle d’agnello, con tutto il suo prezioso contenuto e, accodatosi ad una carovana di mercanti italiani, attraversò la Francia diretto a nord-ovest. Per arrivare, dopo un viaggio estenuante, all’Abbazia di Fleury. Nel frattempo, i suoi genitori, che vivevano in un paesino nelle vicinanze, erano morti per davvero. Grande fu il suo dolore, e  per un momento pensò che la scusa che gli aveva permesso di allontanarsi dal pericolo non aveva portato bene ai suoi vecchi. Col tempo se ne fece una ragione. Capì che Dio aveva deciso così. Si era fatta la sua volontà.
       
        Anche Fleury era un’abbazia benedettina, così non ebbe problemi ad assorbirne usi e costumi. Riprese senza esitazioni le sue abitudini. E dato che lo inserirono fra gli amanuensi nella grande biblioteca, spesso, con la scusa del lavoro arretrato, si fermava oltre l’orario e aggiungeva qualche pagina alla sua opera. Ma i lumi incalzavano, illuminavano sempre più i tanti aspetti della vita. Influivano su ogni istituzione. Non c’era organismo della società che non fosse  toccato da questo vento nuovo.  Neanche la religione fu risparmiata. Specie la sua massima espressione terrena: la Chiesa Cattolica. Solo la fede ne fu sfiorata. E spesso ne uscì rafforzata. Un certo nervosismo aveva contagiato le strutture del Clero, soprattutto le diramazioni più rigide. Quelle cui era stato demandato il controllo e il rispetto dell’ortodossia. Il Tribunale della Santa Inquisizione in primis. Le sue gerarchie erano preoccupate delle influenze negative delle nuove idee sulla religione. Perciò avevano più che triplicato i controlli. Piazzavano uomini ovunque. I delatori si sprecavano. Gli orecchi non erano solo nei muri delle chiese. Ma ovunque. Perfino nelle case. Ascoltavano ogni attività della vita. Anche l’intimità. E quando avevano anche il più piccolo sospetto, colpivano senza pietà. Sorvegliavano e punivano. Punivano e sorvegliavano. Con la rabbia e la spietatezza di un esercito in rotta, che si sente mordere i garretti dai vincitori. I tempi, insomma, stavano cambiando anche per una delle istituzioni più importanti della Chiesa. Ma proprio in questo momento di trapasso, di cambiamenti così radicali, bisognava essere prudenti. Per questo l’Abbé Mauriac aveva diradato la sua attività di scrittura. Purtroppo, questo veniva a coincidere con l’intensificarsi della  sua produzione di pensiero. Così che non riusciva a smaltirlo. Riconvertirlo rapidamente su carta. E dato che non poteva certo smettere di pensare,  si inventò un codice segreto tutto suo, che gli permise di scrivere sintetizzando.  In un decimo del tempo e dello spazio di prima, poteva far rientrare tutto. L’Abbé non mancava certo di creatività.  
        Proprio quando tutto sembrava procedere per il meglio, accadde un fatto che lo costrinse a rifare fagotto in grande fretta. Mentre nella immensa cucina dei monaci stava scolorando alcune pagine, un colpo di vento gliene strappò una dalle mani. Non ci sarebbe stato nessun problema,  se non per il fatto che proprio quella involatasi era una pagina scritta di suo pugno, finita per sbadataggine  tra quelle da riciclare. Tentò invano di riafferrarla, ma nella foga rovesciò un pentolone pieno zeppo di acqua bollente, ustionando se stesso e uno sfortunato gatto che si trovava a passare. Triste fu la fine del povero felino: terminò, di lì a poche ore, dritto dritto in  padella. Già scottato. La pagina, invece, infilò la finestra e volò via. Il panico misto al dolore lo paralizzò. Quando si riprese chissà  dove era finita. Magari a stamparsi direttamente sulla faccia del Priore. Che l’avrebbe subito bollata come farina del diavolo.
        Recuperato prontamente il controllo, la sua decisione fu tanto rapida quanto la folata di vento. Radunò tutte le sue cose e la notte, alla chetichella, lasciò l’abbazia. Si mise in marcia verso sud. Dove c’erano almeno una ventina di abbazie cistercensi. Così, se anche i benedettini avessero diffuso notizie sulla sua scomparsa, sarebbe stato difficile che queste raggiungessero un altro ordine. Vagò per giorni e giorni. Ormai lacero, stanco, affamato fu soccorso da una compagnia di attori che stava battendo la Francia in lungo e in largo. Lo accolsero come uno di loro, lo sfamarono, lo rivestirono, e proseguirono insieme verso La Provenza. L’Abbé aveva sentito parlare dell’Abbazia di Notre-Dame di Sénanque, che si trovava in una località di assai difficile accesso. Quale luogo migliore per nascondersi.
        Lasciò la compagnia con un po’ di tristezza. Ormai si era affezionato. Era tutta brava gente. I bambini poi stravedevano per lui, lo consideravano un secondo padre. Ma la salvezza della sua opera veniva prima di tutto. Prima di quella del corpo. E di quella dell’ anima. Prosegui da solo. Ormai la meta non doveva essere molto lontana. Si incamminò per una strada stretta e tortuosa. Contadini incontrati sulla via gli avevano detto che l’abbazia si trovava in una gola alla quale si accedeva solo attraverso quel sentiero. L’Abbazia di Sénanque, o almeno quello che rimaneva dopo la parziale distruzione da parte dei Valdesi, sorgeva in un luogo incantato. L’Abbè capì che finalmente aveva trovato un  posto dove avrebbe potuto mettere radici. Protetto da occhi indiscreti, difficilmente raggiungibile e con una confraternita di monaci ridotta ormai all’osso: sette anime in tutto. Lo accolsero a braccia aperte, anche perché le sue erano braccia giovani che si sarebbero aggiunte alle loro per i lavori più faticosi. Gli diedero una ciotola di zuppa di verdure e un pezzo di pane raffermo.  Questa fu tutta la sua cena. Appena coricato sul graticcio venne meno. La notte dormì come un sasso. Fece una tirata unica.
        Il mattino seguente, verso le sei, fu svegliato dal chiacchiericcio festoso dei monaci e dal cinguettio degli uccelli. Andò al pozzo, bevve, e chiese al più anziano quale fosse il suo compito. Sénanque era un’ abbazia senza priore. La gerarchia era data dall’età. Quindi lui si trovava in fondo alla scala.  Proprio nell’ultimo gradino. Poco male, c’era abituato. Gli diedero uno dei compiti più ingrati, che  accettò di buon grado tanto era felice dello scampato pericolo. Doveva pulire e rassettare le stalle. Così, armato di forcone e carriola, si mise a lavorare di buona lena. Dovevano essere settimane che quelle povere mucche non ricevevano una sistematina alle loro greppie. Buone solo per una scrollatina per fornire il latte ai monaci. Furono così molto felici che un’anima pia tornasse a prendersi cura di loro. I due buoi, invece, se la passavano molto meglio. D’altronde chi avrebbe tirato l’aratro, se no!
       
        I giorni trascorrevano in grande letizia e serenità. La giornata passava molto lentamente tra tanta fatica e poche pause di preghiera e meditazione. La sera, dopo un’abbondante cena, l’Abbé intratteneva i monaci con racconti molto terreni di quel mondo che a loro sembrava ormai così lontano. Quasi irraggiungibile. Oltre la barriera dei monti della Vaucluse. Anche se, tutto sommato, non ne sentivano nostalgia e di certo non lo rimpiangevano. Poi tutti si ritiravano nelle loro celle, molto distanti uno dall’altro, perché l’abbazia, nel momento di massimo splendore, era arrivata a contare fino a sessanta anime. E quindi c’era posto a volontà. Non cera bisogno di dormire gomito a gomito. L’Abbé allora tirava fuori una candela, vi incideva la solita tacca con il suo piccolo coltello, l’accendeva e, tutto contento, si metteva all’opera. Scaduto il tempo che si era dato, risistemava il tutto e dopo un’ intensa e ispirata preghiera, con animo leggero, si offriva devotamente al sonno. A pensarci bene, visto il luogo, non aveva più molto senso attenersi a quei tempi così rigidi, forse era un eccesso di precauzione. D’altronde non conosceva ancora così bene i suoi confratelli da potersi fidare ciecamente. Via via i giorni passavano, però, la sua dirittura morale, la sua instancabilità nel lavoro, e la sua simpatia fecero breccia in tutti quei monaci, resi un po’ orsi dallo splendido isolamento a cui si erano votati.  Si erano così affezionati a lui che adesso gli volevano un  bene dell’anima. Un giorno che  si trovava nella stalla, si riunirono in refettorio e presero una decisione votata all’unanimità. Tutti raggianti lo raggiunsero, mentre stava rovesciando lo sterco nella concimaia. E, un po’ emozionato, il monaco Philip, l’anziano, gli rivolse queste parole: - Fratello  Mauriac…
        - Mi chiamo André… mi farebbe piacere se d’ora in poi mi chiamaste così!  
        - Fratello André… noi... noi avremmo preso una decisione che ti riguarda…
        - Dite pure, senza paura. Anche se dovesse essere una cosa negativa, l’accetterò con animo sereno, non ve ne vorrò… mi avete già dato così tanto, vi siete tolti il pane di bocca. 
        - No, no, cosa dici… crediamo invece sia una buona notizia… noi abbiamo pensato che non è giusto che il compito più ingrato e faticoso gravi tutto sulle tue spalle. Quindi avremmo deciso di ripartici il lavoro delle stalle in otto, a turno. 
        André apprezzò e, mentre cercava di trattenere le lacrime,  li ringraziò abbracciandoli  tutti. Quando si allontanarono  pensò:  tutto sommato ormai mi ero abituato… e non è che arare i campi o zappare l’orto sia poi così leggero. Però quel gesto lo aveva colpito. Era commosso. Ormai era uno di loro.  Sentiva di aver messo radici. Di avere una famiglia.
        Più il tempo passava, ciò che lo affascinava di quel posto era una cosa che aveva una certa relazione con quello che stava scrivendo. Vivendo in quella gola, sembrava che il tempo scorresse più lentamente rispetto al resto del Paese. L’accelerazione che i lumi stavano dando alle idee, la nuova organizzazione del lavoro che le piccole industrie stavano imponendo, le giornate scandite dagli orologi sulle torri, sembravano aver impresso alla vita un altro ritmo, una sorta di accelerazione innaturale.  Positiva per certi versi, ma senza dubbio molto negativa per altri. Questo però riguardava ancora il suo libro, la sua mente. La ragione.  Il suo cuore e il suo spirito invece si beavano di quel piccolo angolo di pace e serenità. A volte il tempo sembrava oziare. Quasi fermarsi. Per poi riprendere a fluire molto lentamente. Pigramente inconsapevole della sua funzione. Della utilità dell’alternarsi delle stagioni. Della necessità di dare una scadenza alla vita terrena. Per consentire il trapasso a un’altra vita. Questa sì, senza tempo. Senza limiti. Più si vive intensamente, più il tempo passa rapidamente e viceversa, scriverà due secoli dopo un grande filosofo. In quella stretta valle, protetta da quei monti austeri, fra quelle sacre mura, in quella quieta e serena compagnia, sembrava proprio di stare in paradiso. Era piacevole farsi cullare dal tempo. Lasciarsi andare fra le sue braccia. Come succede da bambini. Giorni davvero indimenticabili, che non sarebbero tornati mai più. Purtroppo le cose belle, si sa, non durano in eterno. Se no perché mai saremmo su questa terra?
       
        Intanto, là fuori, in Francia, nel paese reale, non si erano dimenticati di lui. Vi ricordate della pagina involata. Bene, era finita non sulla faccia del Priore ma, burla del malefico, ai piedi di un messo del Vescovo di Orleans.  Intuito si trattasse di cosa carica di gravi implicazioni, senza indugiare, costui si precipitò a consegnarla direttamente nelle mani di Sua Eccellenza. Da lì la cosa prese corpo. Si cerco di individuarne l’autore, non trattandosi certo di opera commissionata dalla Curia. Non si sa come ma si cominciò a diffondere la voce che fosse opera di un abbé. E messi insieme una serie di indizi si fece strada il nome dell’Abbé Mauriac. Lettere furono inviate ad ogni diocesi, ad ogni sede vescovile, arcivescovile, ad ogni abbazia, ad ogni convento. Non furono risparmiate nemmeno le piccole chiese di campagna, che raccogliessero almeno dieci anime. Voci tante. Fatti concreti pochi. Il clero lo cercava più perché rendesse conto della sua disobbedienza, che per la sua opera, di cui ancora non conosceva l’esatto contenuto. La pagina rinvenuta non era sufficiente per formulare un’ accusa di eresia. Nemmeno di semplice blasfemia. La Massoneria lo cercava perché sospettava le sue pagine andassero in senso contrario ai lumi. E poi anche per fare un dispetto alla Chiesa, che l’aveva diffidata dall’accogliere dentro le sue logge altre religioni. Ma lo cercava anche Luigi XV che, secondo quel concordato del 1520, poteva non solo nominare  gli abbé, ma anche revocar loro l’incarico.  Anche se non era questo il rischio che correva l’Abbé Mauriac: il Re voleva solo strapparlo dalle grinfie dei due litiganti. Nonostante la sua ben nota incapacità nel prendere decisioni, il Re sguinzagliò  tutte le sue spie.  Dovevano setacciare a tappeto tutto il regno, nel tentativo di battere sul tempo i concorrenti. Per questa operazione non si fidava di Fleury che, in quanto cardinale, avrebbe potuto agevolare la ricerca della Chiesa. Ma dell’autore di quella pagina, dell’Abbé Mauriac, non c’era traccia. Tutto questo  si mescolava con gli altri avvenimenti che agitavano il Paese: la Guerra dei sette anni; la violenta reazione di tutte le classi ad una tassazione urbi et orbi; i primi conflitti sociali legati all’industrializzazione; il problema delle colonie;  le nuove idee illuministe che si diffondevano con la rapidità del vento; le critiche che giungevano al Re dai Philosophes; i problemi che lo stesso aveva a causa di Madame de Pompadour. Insomma Francia e Corona stavano vivendo un periodo tutt’altro che tranquillo.
        Per fortuna, in quell’oasi di pace fra i monti della Provenza non arrivavano nemmeno gli echi di tutto quel trambusto. La vita continuava a scorrere tranquilla. L’opera di fratello André cresceva a vista d’occhio. Era quasi terminata. E ormai anche i monaci, venuti a conoscenza di quella fatica, anche se non ne comprendevano completamente i contenuti e l’importanza, sostenevano l’Abbè nel suo sforzo. Erano loro a preparargli le pagine su cui scrivere. Si era creata una sorta di catena di montaggio, con tanto di suddivisione dei compiti. E soprattutto avevano fatto voto di silenzio: niente avrebbe mai varcato i confini di quella gola sperduta.
        Una mattina, fratello Philip, non vedendo fratello André in refettorio, pensò stesse male e si recò nella sua cella. Il graticcio era vuoto. Le coperte ben sistemate e ordinate. Qualcosa di grave doveva essere successo. Corse fuori e chiamò tutti a raccolta. Guardarono dappertutto: nelle stalle, in ogni angolo della grande abbazia, nella lavanderia. Uno di loro si calò perfino nel pozzo. Niente. Di André non c’era ombra. Cominciarono a chiamarlo a gran voce: fratello André!... fratello André… Andrée… Andrèeee.  Nessuna risposta. Salvo l’eco burlone che rimbalzava da un parete rocciosa all’altra. E il nome di André salì su su, fino sulle sommità dei monti. Scollinò. Rotolò per i fianchi esterni e si disperse a valle, nelle campagne circostanti, fra alberi e vigneti. L’Abbé Mauriac sembrava essersi volatilizzato. Non era più in quel luogo abbandonato dagli uomini. Non si trovava più in tutto il Paese. Solo voci si rincorrevano incessanti. Chi lo voleva fuggito a Gerusalemme, chi giurava  di averlo visto in una bettola a Parigi. Chi a Westminster. Chi a Roma. Nessuna prova. Nessun indizio. Né di lui, né della suo manoscritto. Rimaneva solo un nome. Privo di corpo. Come rosa senza il fiore.
       
        Venne la rivoluzione. Venne Bonaparte. Non si smise mai di cercare l’Abbé Mauriac. Si narra che ad Austerliz, mentre i battaglioni della Grande Armée disegnavano le ultime ampie geometrie prima della battaglia, Napoleone  - fra uno schema e l’altro - rivolgendosi ad un suo generale, gli chiedesse: - e dell’Abbé… nessuna notizia? - Potete facilmente immaginare la risposta.
        Venne la Restaurazione. Venne la grande rivoluzione industriale. Venne pure il Romanticismo con il suo Sturm und Drang. La ricerca continuò. Tenacemente. Instancabilmente. Da un capo all’altro d’Europa.  Fino ai confini del mondo conosciuto. Poi, quando si pensò che ormai, per raggiunti limiti di età, l’Abbé avrebbe dovuto da un pezzo aver reso la sua anima al Signore, si continuò a cercare ancor più febbrilmente la sua opera. Tutti i fratelli che ne avevano condiviso l’esistenza e custodito gelosamente il ricordo, erano morti. L’Abbazia di Notre-Dame di Sénanque dormiva tranquilla e abbadonata fra i monti della Vaucluse. Solo ascoltando i suoi spessi muri si sarebbe potuto conoscere la storia di quel manoscritto.
        Arrivò il nuovo secolo con i suoi bagliori di guerra. La storia dell’Abbé Mauriac non aveva cessato di esercitare il suo fascino su tutti : dall’uomo della strada ai più grandi scienziati. Da Churchill a Hitler. Era cento, mille volte più intrigante della scomparsa di Fulcanelli, più misteriosa del caso Majorana. Aveva coinvolto, in soli due secoli, uomini e mezzi quasi quanto la ricerca del Graal in duemila anni.  Attorno a lui era nata una leggenda che aveva avuto gli onori del feuilleton. Il suo nome era citato perfino nei libri di storia. Ma,  cosa più straordinaria,  le ricerche del suo manoscritto non erano ancora cessate e sarebbero continuate, anche se ormai senza speranza, fino alla fine del ‘900.
 
        Il 29 settembre del 2009, a più di due secoli dalla sua scomparsa, quando il clamore attorno al suo manoscritto stava lentamente spegnendosi, avvenne qualcosa che avrebbe ripagato l’Abbé Mauriac, almeno in parte, di tanti sforzi, traversie, e patimenti. Durante le opere di restauro dell’Abbazia di Sénanque, mentre si stava demolendo l’antico pozzo romano, due muratori trovarono, dietro una pietra, una cosa scura e rigida come un baccalà. Intuendo potesse trattarsi di qualcosa di antico,  la consegnarono all’incaricato delle Belle Arti di Aix. Il misterioso reperto, affidato alle mani più abili di Francia, dopo attente manipolazioni, palpazioni, e i più moderni sistemi di perlustrazione elettronica, rivelò contenere pagine. Pagine di carta. Eseguito un prelievo con una piccola sonda, lo stesso fu sottoposto al test del carbonio quattordici. Il responso parve inequivocabile:  risaliva al diciassettesimo secolo. Tra la prima e la seconda parte del 1600. A quel punto la superficie venne incisa col laser e le pagine furono liberate da quella corazza.
        Si trattava di un manoscritto. Che però non rivelava il nome dell’autore. La scrittura correva all’interno di due righe scolorite che le facevano da argini. Così che si doveva leggere tra le righe. Ma il contenuto appariva chiarissimo. Il tutto, ripulito e accuratamente restaurato, partì alla volta di Montpellier.  Venne recapitato al Professor Roland Marais, studioso di vecchi manoscritti. Marais lo aspettava con ansia e si mise subito al lavoro. Passò intere giornate, notti comprese, a compulsare e analizzare il testo. Lesse, rilesse, prese appunti, consultò tomi ed una decina di altri esperti in materia. L’unica cosa che potè stabilire con certezza era che mancava una pagina e che un centinaio circa erano scritte in una sorta di codice segreto sconosciuto. Non voleva arrendersi. Poi, ormai preso dallo sconforto, scorrendo per scrupolo o forse guidato dal Signore gli annali del ’700, la sua attenzione fu attirata dallo strano caso dell’Abbé Mauriac e del manoscritto scomparso.  Che tanta agitazione aveva provocato nella seconda metà del 700 e nei secoli a venire. Ma certo! Imperdonabile! Come aveva fatto a non pensarci subito?  Con ogni probabilità il  test del carbonio quattordici era stato condotto  in fretta, aveva sbagliato di un secolo   e così lo aveva depistato: quella dell’Abbé era la pista da seguire! Se fosse riuscito a trovare le prove che quello che aveva per le mani era proprio opera dell’Abbé Mauriac, avrebbe potuto dare l’annuncio al mondo e rivelarne il contenuto. Ma da dove cominciare? Alla luce di quel possibile abbinamento, unico indizio era il tipo di carta utilizzato. Da dove veniva, da chi e dove era stato usato.  Scoprì così che era stata prodotta nella cartiera di Saint’Etienne. E, per la gran parte, fornita all’ordine dei Benedettini.  Si procurò un appuntamento con il maggior storico dell’ordine dei Benedettini  che risiedeva a Rouen. Si mise subito in viaggio alla sua volta. Il Prof. Jean Lacrois gli mostrò la mappa delle Abbazie dell’Ordine nel ‘700 e, con pazienza certosina e metodo cartesiano, ricostruirono i soggiorni dell’Abbé.  Emerse così un brevissimo stage a  Chalon sur Saone, dove servì come tutore presso il Conte di Chalon, poi Cluny e Fleury. Da qui le sue tracce si perdevano nel nulla. Fecero ipotesi. Tracciarono rette e cerchi sulle carte geografiche dell’epoca. E poi decisero: si va a  sud! O la va o la spacca! A questo li aveva portati la fuga frettolosa di Mauriac dall’ultimo domicilio conosciuto e la ricostruzione del suo percorso mentale. Dovendo seminare qualcuno non sarebbe certo andato in un’altra diocesi benedettina. Probabilmente avrebbe scelto di affiliarsi ad un altro ordine. E quale se non  quello che offriva più scelta di abbazie? L’Ordine dei Cistercensi: le cui confraternite erano diffuse soprattutto nel Sud della Francia. Fra queste poi, dovendo nascondersi, avrebbe di certo scelto quella più difficilmente raggiungibile: la confraternita dell’Abbazia diNotre-Dame de Sénanque, nella stretta gola fra i monti della  Vaucluse. Voilà. Les jeux étaient fait. Mais quelque chose allait encore. Ou mieux, pas encore. Si recarono in Provenza e, prima di andare all’abbazia, intervistarono tutti: sindaci, parroci, gendarmi, bottegai, contadini della zona, per scoprire, attraverso documenti, ricordi, aneddoti, leggende, ci fosse qualcosa che potesse rimandare all’Abbé.  Testimoniarne la presenza, il passaggio in quei luoghi. Finalmente i loro sforzi furono premiati. All’antica locanda du Cheval Rouge, i proprietari avevano sentito  raccontare dai loro avi la storia di un Abbé che si era unito alla comunità dei monaci cistercensi di Sénanque nel 1760. O giù di lì. Helas, maintenant  rienne allait plus! Era lui. Si trattava proprio dell’Abbé Mauriac. Il manoscritto era suo. Erano entrati in possesso dell’opera forse più ricercata della storia di Francia. Per non dire di più.  Adesso il mondo poteva sapere. Ogni curiosità sarebbe stata soddisfatta.
         
        Il manoscritto recuperato constava di 299 pagine. Un centinaio delle quali indecifrabili. Una, se vi ricordate, era andata perduta a causa di quella inopportuna ventata. Sembrava più che opera di un religioso, il parto di un economista ante litteram. Cercherò di farne una sintesi, traducendo molti concetti nel linguaggio della nostra epoca. Perché molto di ciò che era contenuto in quei capitoli riguardava proprio noi e il nostro futuro. Ma procediamo con ordine.
        Come avrete potuto evincere dalle prime righe del racconto, e in particolare dalla domanda con cui iniziava l’opera-documento dell’Abbé, protagonista e vittima era il tempo. L’omicida: la nuova economia, portato dell’allora nascente Rivoluzione Industriale.  Già l’accostamento tra queste due parole sarebbe stato sufficiente per accusarlo di blasfemia. Perché il tempo era di Dio, l’economia  invenzione dell’uomo. Per molti di Satana.
        Partendo da una descrizione molto puntuale del lento processo di tempofagia che la nuova dimensione del tempo dei mercanti stava compiendo ai danni del tempo di Dio, rappresentato in terra dalla Chiesa Cattolica, attraverso un argomentare lucido e una prosa  vigorosa e cristallina, l’Abbé tracciava delle proiezioni che avevano la funzione di mettere in guardia  società e  potenti  dalle drammatiche  conseguenze che questa contaminazione di natura divina e artificiosità umana avrebbe comportato nei secoli a venire. Inevitabili, se questi cambiamenti epocali non fossero stati affrontati con giudizio e metodo. Questa suddivisione della giornata in ore, minuti, secondi per la incontenibile avidità e voracità del mondo mercantile, avrebbe subìto, strada facendo, una  esasperazione tale che avrebbe portato tempo ed economia al collasso. Questo era il tarlo che si nascondeva in quella rivoluzione. Avrebbe impiegato anni, decenni, secoli. Ma tanto il tenace e vorace insetto  non aveva fretta. Da mangiare ne avrebbe avuto fino alla nausea. L’economia nascente gli avrebbe fornito tanto di quel cibo che gli sarebbe uscito dagli occhi. Purtroppo questo animaletto, che scava snobbato da tutti, sarebbe scoppiato solo in tarda età, essendo di sana e robusta costituzione.
        Vale la pena a questo punto di considerare che quando l’Abbé formulava queste previsioni, ben diverse dai vaticini degli oracoli o  dalle quartine di Nostradamus, era prima dell’affermazione dei lumi, prima della Rivoluzione Francese. Quasi contemporaneo  della Teoria Fisiocratica e Adam Smith. Cent’anni prima del Capitale. Quasi centocinquanta da Taylor. Poco più da Keynes. E circa due secoli dagli anarcoliberisti. Certo le pagine non contenevano nulla di scientifico. Non c’era sperimentazione. Mancavano dati. Le statistiche di là da venire. Erano solo frutto di pura osservazione della realtà e, soprattutto, di grande intuito.  Di quel dono, qualcuno direbbe divino, noi preferiamo definirlo naturale, di proiettare le cose nel futuro con buonsenso. Molta ragionevolezza. Erano concetti che una volta formulati ”anche uno stupido non avrebbe potuto dire di no”, come usavano sentenziare da secoli i contadini a proposito delle cose semplici ed evidenti, che spesso  sfuggivano agli eruditi.
        Potremmo anche fermarci qui, forse questo basterebbe a farci comprendere la forza profetica del manoscritto. Basterebbe per indurci a meditare. Pensiamo agli effetti del fordismo, all’introduzione del controllore di tempi e metodi nei processi industriali, al concepimento del nanosecondo. Nel momento in cui il tempo viene così scomposto, miniaturizzato e si vogliono monetizzare le sue particelle, presto o tardi arriva il tempo in cui il tempo si ribella, collassa, trascinando nella sua rovinosa caduta l’economia delle nazioni, tutta la società, ricchi e poveri, stupidi e furbi. E si ritorna al Medioevo. Forse molto prima:  all’età del baratto.
        Adesso il manoscritto non poteva più essere di nessuna utilità.  Il danno era fatto. Aveva solo un valore storico. Archeologico. Il Sistema aveva superato il punto di non ritorno. Sviluppato la metastasi dell’economia virtuale con la finanziarizzazione dell’economia. La esternalizzazione, favorita dalla globalizzazione. O viceversa. Se solo fosse stato rinvenuto un secolo prima…chissà! Se solo gli Stati avessero saputo attuare un controllo più attento, darsi regole più rigide, contenere lo smodato laissez faire.  Fossero stati più sensibili, cauti e consapevoli dei pericoli. E gli uomini non si fossero fatti  prendere così ottusamente  da questa frenesia dell’oro, da quella avidità  che oggi ci sta condannando a retrocedere di cento, mille caselle. Come in un grande, drammatico, beffardo gioco dell’oca.
        Probabilmente in parte delle pagine crittografate c’era la proposta dell’Abbé. Il suo messaggio ai potenti su come gestire il cambiamento. Senza mettergli le briglie. Solo una proposta di Regola per renderlo più armonico. Nel rispetto degli uomini e della natura. Comunque uno la pensasse. A qualunque religione, casta, partito, o classe appartenesse.
 

 

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Published on e-Stories.org on 27.02.2015.

 

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