Gabriele Zarotti

La morte allunga il passo.



(Diffidate di chi si vanta di saper leggere la mano. Soprattutto se non rispetta la punteggiatura.)
 
       
        Stava lì rilassato, seduto su una sedia basculante, piedi a formare una specie di vu sulla vecchia e malandata scrivania. Fissava le macchie di  senilità precoce sulle mani. Poi, percorrendo con lo sguardo le lunghe gambe, arrivò alle scarpe e si fermò, con un pizzico di vanità, ad ammirarle. Indossava un paio di Alden Diplomat nere che odoravano di cuoio. Pagate diciotto e cinquanta in un negozio della Quinta strada.
        Mentre era tutto concentrato su quell’oggetto di desiderio ormai realizzato, una fitta pioggia scendeva sui vetri della grande finestra, seguendo percorsi imprevedibili. Stette così per tre buoni quarti d’ora. Chi lo avesse visto spostare lentamente i piedi qua e là, scrutare ammirato ogni dettaglio delle calzature per tutto quel tempo, esibirsi in quel repertorio di espressioni con occhi, sopracciglia, naso e smorfie della bocca, sarebbe stato pienamente autorizzato a pensare si trattasse di un alienato di mente. Solo se avesse prestato attenzione alla targhetta di ottone sulla porta avrebbe potuto ricredersi: Ted Sullivan, special investigator. The best nose in town since 1940. Avrebbe di certo afferrato il perché di quell’atteggiamento concentrato ad analizzare ogni più piccolo dettaglio, che rivelava quella innata propensione ad aguzzare vista e olfatto  tipica dei segugi di razza.
        Il rumore della pioggia svanì a poco a poco, cedendo il passo ad un silenzio che conciliava il sonno. Proprio quando stava per cedere, il gracchiante e insistente drin-drin  del telefono lo richiamò all’appello.
        - Ted Sullivan?... Little Italy Chronicle! Sono la segretaria del direttore. Il signor Mulligan vorrebbe vederla.
        - Un  momento che controllo l’agenda… vediamo un po’…
        - No, guardi, vorrebbe vederla subito… la cosa è urgente!
        - Baciami il…
        - Come?!!
        - No, no è un intercalare, mi scusi… la forza dell’abitudine. Dovrei spostare qualche appuntamento…
        - Veda lei!
        Ted intuì, dal tono ironico della voce, che la ragazza aveva mangiato la foglia. Non poteva fare tanto il prezioso, non poteva permetterselo.  Era a corto di clienti, il conto in banca piangeva. Anzi, strillava come un moccioso che ha fame. Se non avesse voluto vedersi costretto a portare le sue fiammanti Alden Diplomat al banco dei pegni, non avrebbe dovuto menarla tanto per le lunghe.
        - Va bene, potrei essere lì fra mezz’ora.
        - L’aspettiamo! A presto!
        Lentamente alzò le gambe e ritornò coi piedi per terra. Erano un po’ informicolati, ma dopo un breve accenno di tip- tap, il sangue tornò a circolare tutto pimpante. Si attaccò al collo della bottiglia di Jack Daniel, fece rimbalzare da un lato all’altro delle pareti della bocca il wisky e andò a sputarlo in bagno. Il medico gli aveva consigliato di stare lontano dal bere, se voleva avere qualche timida speranza di arrivare alla pensione. Prese dallo sghembo e allampanato porta abiti il suo consunto trench, lo indossò insieme al cappello, e uscì. Come d’abitudine, aveva sistemato sulla porta a vetri il cartello: Sarò di ritorno in un lampo. Destino permettendo.
        
        Un timido sole si stava facendo lentamente largo fra le nubi. Il tempo stringeva. Avrebbe dovuto prendere al volo un taxi. Si frugò in tasca: rimaneva ancora qualche spicciolo. Chissà se sarebbe stato investito bene. Qualcosa gli diceva che stava per andare incontro a qualche guaio. Ma questo succedeva ogni volta che prendeva in mano un caso. D’altronde le cose semplici e sicure lo annoiavano a morte. Arrivò con cinque minuti di ritardo davanti alla sede del Little Italy Chronicle. Gli mancavano cinquanta cents per pagare la corsa. Il tassista bestemmiò e ripartì a razzo. Per poco non gli rimase in mano la portiera. Si trovava davanti a una vecchia costruzione di due piani, molto fatiscente. Lanciò uno sguardo all’insegna di legno: si leggeva a malapena, tanto i caratteri erano sbiaditi. Notò, sulla parte destra, una serie di piccoli fori. No, non poteva trattarsi di fori ostili. Colpi di arma da fuoco. Preferiva pensarli opera di un sitta carolinensis, il picchio muratore. Forse, in un momento di distrazione, il piccolo pennuto si era dimenticato di murare i fori da lui stesso aperti. O, più probabilmente, era rimasto a corto di argilla per tapparli. Salì la stretta rampa di scale ed entrò nella redazione. Dato uno sguardo attorno, si accorse che definirla così era, a dir poco, un’iperbole giornalistica. Quattro scrivanie che avevano subito le devastazioni della guerra di secessione; macchine per scrivere modello prima guerra mondiale; pareti che a confronto gli orinatoi della metro, non rinfrescati dalla sua inaugurazione, sembravano stanze d’ospedale. Si aprì un varco in una densa cortina fumogena e, fidando nel suo fiuto, arrivò alla scrivania di Dorothy,  la formosa segretaria di direzione.
        Odorava di profumo da pochi cents. Chissà perché molte donne, pur ricevendo da madre natura argomenti tanto convincenti, esagerano con certi impiastri. Dorothy battè più volte sulla parete alle sue spalle.
        - Entri pure, signor Sullivan, il direttore la sta aspettando.
        L’ufficio era come il resto della redazione. Mancava solo il fumo: un grande cartello intimava: No smoking!  Una vecchia poltrona, tipo barbiere, su cui sedeva Mulligan, stava ad indicare la sua posizione nella scala gerarchica. Mulligan! Si sarebbe aspettato un cognome più italiano, visto il luogo in cui si trovava. Forse in origine faceva Mulligano o Mollicano. Poi, essendo troppo chiara l’origine, per darsi qualche chance di promozione sociale, l’aveva americanizzato. Pensava, togliendosi quell’handycap, di poter procedere più spedito. Questi italiani non mancano certo di fantasia, pensò.
         Mulligan era un uomo sulla cinquantina. Anche se ne dimostrava almeno dieci di meno. Scuro di capelli, probabilmente ritoccati con l’aerografo.  Seduto sembrava piuttosto  alto per le sue origini. Indossava un paio di occhiali con spesse lenti su di una pesante montatura in tartaruga. E due baffetti alla Errol Flinn, che gli davano un certo tono da tombeur de femmes di provincia. Ted si immaginò che, tra un articolo e l’altro, con la sua penna correggesse le bozze pure a Dorothy,  prona ad angolo sulla scrivania. Dal gagliardetto sulla parete doveva essere un tifoso dei New York Knicks. Nessuno è perfetto, pensò Ted. Lui parteggiava per i Boston Celtics, ma non per questo avrebbe attaccato briga con uno più dotato. Mulligan era ben palestrato per essere un intellettuale.
        - Sullivan, si accomodi… prego.
        Non fece in tempo a sedersi.
        - Veniamo subito al dunque, le dispiace?
        - No, tutt’altro, neanch’io amo i convenevoli.
        Non gli chiese nemmeno quanto era la tariffa. La cosa puzzava ma ormai era lì, non poteva mica girare i tacchi, e poi non gli lasciava il tempo di inserirsi nelle brevi pause.
        - Senta qui: ieri qualcuno ha recapitato in redazione una busta chiusa, contenente una notizia preannunciatami da una telefonata anonima. Sa,  una di quelle notizie che scottano. Tanto bollenti da provocare ustioni di nono grado solo a guardarle. Al telefono la voce era stata vaga, ma aveva giurato che nella busta ci sarebbero state diverse foto molto esplicite e indicazioni su come procurarsi altre prove a sostegno. La redazione era in stato di euforia. E’ una vita che più che necrologi, coccodrilli, liti in famiglia, e qualche morto ammazzato, a Little Italy non succede nulla che meriti la prima pagina. Avremmo aumentato d’un balzo le tirature e dato una mano di bianco alle pareti. Ma non divaghiamo. Lei non ci crederà… la busta com’è arrivata è sparita. Volatilizzata. Nessuno sa niente. Nessuno ha visto niente. Si sa che è arrivata, ma poi se ne sono perse le tracce. Puff...
        Baciami il culo!, pensò. Lo avevano scomodato per quello? Per una notizia? Si fosse almeno trattato del rapimento di un gatto, con richiesta di riscatto avrebbe capito… e invece lo avevano chiamato, messo tutto quel pepe al culo, per cosa? Due foto e un pezzo di carta! Sti italoamericani di merda!  Aveva pure speso gli ultimi spiccioli per il taxi. E consumato le suole delle sue Alden Diplomat. Cercò di non far trasparire troppo l’incazzatura. Tentò di smorzarla, trasformarla in larvato disappunto. Per educazione.
        - Credo proprio non sia un caso che rientra…
        - Sono certo che sì, invece, ho chiesto informazioni… tutti dicono un gran bene di lei, del suo fiuto: first class! Infallibile! Non mi dica di no. Guardi c’è già questo anticipo per lei… le prime spese,  il resto a lavoro finito.
        Così dicendo, mise sulla scrivania una busta. La fece scivolare in modo che fosse bene in vista dal lato aperto.  Sullivan poteva intravvedere un bel gruzzoletto. Almeno duecento dollari. Altro che prime spese! Fece un rapido calcolo: pensò ai sei mesi di affitto arretrato, si concentrò sulle scarpe, e alla fine decise di accettare. Neanche tanto a malincuore. Si fece raccontare per filo e per segno l’esatto contenuto della telefonata, tono compreso, salutò la compagnia, e  uscì in strada.
       
        Non sapeva da che parte cominciare. Imboccò deciso Canal Street. Non che amasse l’esercizio fisico, ma dopo la corsa in taxi era rimasto senza il becco di un quattrino. C’era la busta appena ricevuta. Che però non voleva toccare. Magari le ricerche gli sarebbero costate una cifra: si sa quanto bisogna scucire per far sciogliere le lingue.  Meglio essere parsimoniosi, dunque. Dopo circa un chilometro, girò a destra. Poi a sinistra. Arrivato all’angolo della Quinta con la Quarantasettesima si fermò dal suo amico Saul Mellow, lo shoeshine nero più vecchio e famoso di Manhattan. Stava terminando le sue artistiche e spericolate evoluzioni su di un paio di vecchie scarpe, alle quali aveva dato dignità di presenziare ad una cena in ghingheri al Waldorf. Appena il cliente, un orientale con il bavero alzato, se ne andò, con le sue suole cigolanti come le ruote di un vecchio carretto, si avvicinò e, prima che avesse il tempo di aprir bocca...  
        - Ciao, Ted, che piacere vederti, qual buon vento…
        - Salve Saul, amico mio, avrei proprio bisogno di una spolveratina.
        Saul gli fece un cenno e Ted si accomodò su quel trono di pelle nera,  abituato a ospitare alcuni dei sederi più importanti della città. Tutt’intorno, appesi alle pareti di quella nicchia, foto autografate di celebrità dello sport, uomini d’affari, politici locali. Molti, di passaggio a New York, si ritagliavano un momento per venire da lui e farsi servire di tutto punto. Nel suo mestiere era un vero artista. Il massimo esperto nello spalmare il lucido. Il più eclettico funambolo della spazzola. Come il mitico Reece “Goose” Tatum lo era, quanto a creatività di palleggio, per gli Harlem. Solo Ted e pochi altri però erano a conoscenza di un’ altra grande qualità. Meglio sarebbe stato chiamarlo dono. Posando le sue vecchie, lunghe e nodose mani sulle scarpe, Saul riusciva a captare le vibrazioni dei piedi e spiattellarti all’istante presente e futuro. Poche volte aveva sbagliato. Forse a causa di calzini sintetici o del tempo. O di piedi a bassa risonanza. 
        - Buon Dio, che belle scarpe, Ted… che sciccheria! Hai ripulito Forte Knox?
        - Magari! Sai quanto mi piacciono le scarpe. Pochi gioni fa sono passato davanti a Stanley’s e queste Alden erano lì che mi fissavano… sembravano sorridermi. Così ho fatto una pazzia. E’ da allora che sono a dieta.
        - Non mi starai mica diventando feticista?
        - Spero di no, quando faccio sesso me le tolgo.
        - Sai che la passione per le scarpe ha significati profondi. Roba da strizzacervelli.
        - Se ne impara sempre una nuova. Buona a sapersi.
        - Sai che secondo la Bibbia le scarpe sono simbolo di possesso, di proprietà?
        - Nel mio caso la Bibbia si sbaglia… non ho un cent da far ballare una pulce, almeno fino a…
        - pochi minuti fa… e sai che secondo Freud la scarpa sarebbe la passerina e il piede maschile il suo compagno? Dimmi, Ted, ti piacciono le donne di classe vero?
        Non sapeva  se Saul lo avvesse capito perché aveva seguito un corso serale di psicanalisi, o per via del suo dono, di quelle lunghe mani che avevano sentito le vibrazioni dei suoi piedi. Fatto sta che era proprio così. Gli piacevano le donne che avevano stile, che vestivano bene e che, se proprio ci tenevano alle essenze, usavano Chanel. E quanto a piedi maschili amavano quelli che sapevano andare a tempo, tenere il ritmo.
        - Hai fatto centro, Saul, come sempre! Dimmi, Saul, come si presenta la mia settimana?
        Saul non amava fare previsioni alle persone cui era affezionato. E Ted gli piaceva: era una persona che lo trattava da pari a pari. Uno dei pochi uomini decenti che posavano il loro culo sulla sua poltrona. Preferiva usare i suoi poteri per raccontare il carattere, la personalità dei suoi clienti, che parlare di ciò che il futuro aveva in serbo per loro. Nel bene e nel male. Ma stavolta decise di fare uno strappo alla regola.
        - Sento che hai per le mani qualcosa di grosso… c’è anche in ballo una bella sommetta, che forse ti permetterà di concederti il bis: delle sciccose Diplomat marroni.
        Nel pronunciare queste parole un’ombra attraversò i suoi occhi. Il viso si fece pensieroso. Il tono della voce preoccupato.
        - Ted, devi essere molto cauto… si tratta di un affare che scotta! Sono coinvolte tante di quelle persone che nemmeno te lo immagini. Gente potente, pericolosa, spietata… pensaci bene. Stai attento a dove vai a infilarti. Dove metti i piedi!
        - Saul, lo sai bene che nel mio mestiere il pericolo è sempre dietro l’angolo. E poi, quanto a dove mettere i piedi… per forza ci vado cauto, con queste scarpe!
        - Sì, sì, certo, ammiro il tuo coraggio, ma permettimi di insistere. Stai attento che non tutti gli angoli stanno davanti. Diffida sempre, devi temere soprattutto il rumore dei passi alle tue spalle!
        Saul sembrava più stremato per quel vaticinio, che per tutte le scarpe che gli erano passate per le mani quel giorno. Con lo straccio di lana che teneva ben saldo e teso con entrambe le mani e che muoveva a ritmo frenetico, seguendo tutti i punti cardinali, diede un colpo finale, con la decisione e l’enfasi con cui il direttore d’orchestra chiude il concerto. Ted si rimirò le estremità, si alzò soddisfatto, e sfilò dalla busta un dollaro. Lo allungò a Saul, accompagnandolo fino alla sua mano aperta. Nello stesso gesto gliela strinse a pugno. Strinse forte, in segno di apprezzamento e ringraziamento.
        - Grazie Saul… il resto tienilo per la prossima…
        - Grazie a te. Sei un vero signore. Ti avrei servito anche a credito. Di te c’è da fidarsi. A occhi chiusi.
        - Alla prossima, allora!
        - Sì certo. Sii prudente e take care, my friend!
         Arrivato in ufficio fece una decina di telefonate. Nove ai suoi informatori. Per tentare almeno di individuare il bandolo dell’aggrovigliata matassa e iniziare a dipanare. La decima, non professionale, gli procurò un appuntamento galante  la sera stessa. Ne aveva proprio bisogno.
         
        Sam Fontana, detto Palla di Vetro, era sprofondato nella sua poltrona di pelle umana. Seminascosto dietro una grande scrivania, anche questa rivestita di morbida pelle. Si riusciva a individuarlo seguendo i segnali di fumo del suo sigaro. Era un nanerottolo sotto il metro e mezzo, con una vocetta mielosa con cui veicolava i suoi continui understatement. Come ci teneva a definirli amabilmente lui stesso. In effetti non c’era nessuno più esplicito e diretto di lui. Gli disse di farsi avanti e mettersi comodo.
        - Allora Signor Ted Sullivan il mio amico quel mariuolo da strada di Jack sei braccia ha perorato la sua causa ha intercesso o interceduto come minchia si dice non  me ne può fregar di meno per lei per falle avere sto colloquio a proposito mi scusasse lo gradisce un mandarinetto un sigaro un biscottino allo zenzero
        - No, la ringrazio, Signor Fontana… non fumo, sono a dieta e… il dottore mi ha consigliato di stare lontano dall’alcol.
        - Ma fottere fotte eh atrimenti che minchia ci sta a fare a sto mondo in ogni caso non la conosco ancora tanto bene da potella affidare alle cure amorose di Sofia e Teresa le gemelline che l’hanno condotta da me in seguito se farà il bravo giovine vedremo allora mi diceva 
        Ascoltare Sam Fontana era davvero impegnativo. Forse ve ne sarete accorti, il boss parlava a raffica, senza sfumature, e soprattutto senza rispettare la punteggiatura.  Del tutto assente. Era come se partisse in quarta e ci rimanesse sempre, se ne fregasse dei semafori e spiaccicasse tutte le vecchiette che avevano la sfortuna di trovarsi sulla sua strada. Solo quando diventava paonazzo, frenava di colpo, e sostava  per riprendere fiato. Per ripartire in quarta dopo qualche secondo. Era stressante per chi lo ascoltava. Probabilmente lui ci aveva fatto il callo.
        - Veramente non le ho ancora detto il motivo che mi porta da lei.
        - Nun ce ne sta bisogno figghiu o sacce ggià
        Altra cosa che connotava il suo eloquio era l’uso di parole di varia provenienza. Siciliane, calabresi, napoletane… Forse un vezzo per marcare con orgoglio la sua italianità.
        - Stai ceccando a lettera a lettera do mistero o mistero  di sta minchia nun ce sta mistero pe Sem Fontana
        Di tanto in tanto Ted lo interrompeva, non per altruismo, per farlo respirare, ma per prender fiato lui stesso. Per riprendersi dal tour de force.
        - Visto che lo sa già, crede di potermi fornire qualche indicazione utile?
        - Indicazione utile ah ah ah sto picciotto comincia a stammi simpatico pensi che se sapessi dove è  a lettera nun saria già acchi allora devo agguire nun ne conosci u cuntenutu
        - Sarò sincero, no!
        - Bene figghiu pattiamo da premessa cu sindico de  Niu Yokke Biondello la Grazia parente laterale di Fiorello a Guaddia attrimenti detto Fiorello a Minchia democratico sotte spolie di repubblicano s’ è messo in ta capa un’ idea meravigliosa sentammè eliminare Littol Itali Ciainataun Hallem nun vole ghetti dice vole promovvere l’ integrazione raazzziale vole che facimmo di tutterrazze ammuina u melting potte potte sta minchia insomma vole sfrattacci a tutti quanti
        Finalmente Ted cominciava a capire il perché delle parole di Saul Mellow.
        - Capisco…
        - Checcapisci ancora nun poi capì citto e scoltammè sto Biondello nessuno lo sa tiene l’ orecchio dolce
        Cogliendo una nota interrogativa sul suo volto, Sam si sentì in dovere di precisare, spazientito:
        - Si si insomma Biondello o prenne intuuculu ci piace eccome se ci piace fa festini e pe camuffallo ci chiama fimmine e masculi fotte nu poco tanto pe fassi un alibi e poi s’ appatta con giovini ben dotati
        - Ah, baciami il culo!
        - Commo hai detto
        - Intendevo dire cazzo!
        - E cazzo sì tanti cazzi molti cazzi sapessi quanti il coppo dei marines al completo  a busta conteneva ottre a una lettera accune foto che provano o vizietto del nostro amato sindico o strumento pe ricattallo e bloccare ste strane iddee di sta minchia d integrazione razziale noi stiamo bene acussi i cinesi stanno bene acussi i negri pure che minchia va ceccanno sto frocio di Biondello che ceccasse i cazzi sua si accontentasse citto e ciuccia
        - Però, bacia… che casino!
        - Chi tiene a lettera tiene Biondello pe palle il direttore do Cronicle sto minchione  sciupa fimmine da strapazzo di Mollicano ammesso avisse tenuto o curagge di pubbblicare a notizia rischianno non una semplice raffica di mitra sull’insegna ma di finire arrosto con tutta a redazione lui e quei cazzo di whu whear when whot whai avrebbe provocato uno scandalo gigantesco prima di poter trattare uno scambio col rischio se nun avisse funzionato di accelerare o cambiamento
        - Capisco, capisco, adesso capisco.
        - Capisci ma nun sai nun sai che io nun ciò sta benedetta lettera magari pemmia l’ hanno fottuta molto probabilmente gli occhi a mandolla i cinesi e lì che devi ceccare e poi se la trovi la porti qua da zio Sem per questo tuo impegno eccoti un anticipo di duemila big bucks come dite voi ienchis
        Ted era stato colto in contropiede. Era frastornato. Non  sapeva se più dai modi o dalle notizie. Che fare? Poteva rifiutare? Al punto in cui stavano le cose sarebbe  certo uscito da quell’ufficio coi piedi in avanti e magari un buon aroma di mandarinetto sulla fronte, a mo’ di estrema unzione. Prese i soldi e fece per andarsene, quando Sam lo bloccò.
        - Mii quanta fretta assettate adesso ti  dico o futuro ghiv mi  yor hend
        La mano? Cosa… ma certo!, adesso Ted capiva il perché di quella sfera di cristallo sulla scrivania, di quei mazzi di tarocchi sparsi qua e là. Capiva il perché di quel nick name: Palla di Vetro. O il Futuro dietro le Spalle, per pochi intimi che non avevano più avuto la fortuna di ripeterlo. Sam Fontana era un cultore delle scienze occulte. Dell’arte della divinazione. Un seguace del paranormale. Lui stesso era paranormale. Non avendo niente di meglio da fare, si assoggettò di buon grado. Spontaneamete gli offrì la sua mano. Tremava leggermente. Sam l’afferrò con avidità. Non gli sembrava vero di potersi esibire con un novizio, e cominciò con il suo originale stile espressivo à bout de souffle  a dischiudergli le porte del futuro. Non capì molto. Solo la conclusione fu chiara. Larvatamente minacciosa ma  anche moderatamente tranquillizzante.
        - Vai vai tutto okkei anche se ti teniamo nel mirino non credere conosciamo  quanti peli hai su u culu  il tuo babbiere  a donna che ti scopi quella che ti fa le pulizie  assoreta e  il tuo sciuscià
        I due biondi angeli custodi lo riaccompagnarono all’uscita. Finalmente respirava. Si fermò al distributore di giornali, inserì una moneta. Un titolo in particolare lo colpì: Jim O’Brian, fotografo e recordman di scoop scandalistici era scomparso. La polizia temeva fosse caduto vittima della criminalità organizzata. Lo conosceva di vista. Sembrava un buon diavolo. Certo quello di Jim non era  un mestiere privo di rischi. Perché il suo forse lo era?  Mentre procedeva speditamente, un pensiero fra tutti occupava la sua mente. Lo agitava. Fra i tre litiganti, chi aveva il maggiore interesse a mettere le sgrinfie su quella lettera? I neri? Forse. Ma erano, tutto sommato, troppo tranquilli per azioni violente. Troppo intenti a portare avanti le loro lotte per i diritti civili. Non avrebbero corso il rischio di rovinare tutto. Rimanevano italoamericani e cinesi. Questi ultimi, da anni, avevavo iniziato una sorta di lento ma inesorabile espansionismo a spese di Little Italy. I cinesi perciò erano i più indiziati. La sana regola del “a chi giova” portava dritto dritto a questa conclusione. Era lì che bisognava indagare. A Chinatown. Prima però c’era una questione da sistemare. Sullivan, in fondo, era una persona onesta. Non voleva essere pagato due volte. Quella mattina si era recato, a piedi, alla sede del Little Italy Chronicle. Si era fatto ricevere da Mulligan e gli aveva detto che non era riuscito a trovare nessuna pista che valesse la pena  seguire. Preferiva fare la parte dell’incapace, del coglione, piuttosto che quella del disonesto. Gli aveva restituito i duecento dollari e, nonostante l’insistenza di Mulligan, aveva rinunciato all’incarico.
       
        Appena in strada, dopo essersi allontanato qualche centinaio di metri, aveva appoggiato un piede su una colonnina antincendio, per allacciarsi una scarpa. La scena sarebbe valsa una foto. Il nero lucido dell’elegante calzatura risaltava come non mai accostata al rosso fiamma della colonna di ghisa. Ma proprio in quel momento di rapimento estetico, con la coda dell’occhio, vide Dorothy, la maggiorata di Mulligan, uscire con aria circospetta dal Chronicle. Sembrava andare di fretta. Un presentimento l’indusse a seguirla. Era diretta a Chinatown. Davanti al ristorante Mr. Chow si fermò a parlare con un cinese. Sembravano molto in confidenza. Quasi intimi. A giudicare dallo sguardo perdutamente liquido di lei.
        Nella lavanderia deserta c’era un gran silenzio. I capi a penzoloni parevano minacciosi fantasmi. Sullivan guadagnò velocemente il retro, da dove sembravano provenire delle voci. Per evitare di essere scoperto si tolse le Diplomat, le legò fra loro con i lacci e se le mise attorno al collo a mo’ di stola. Le voci si facevano sempre più distinte. Sullivan conosceva un po’ di cinese. Suo padre, ufficiale di seconda su di un mercantile che trasportava carichi da e per la Cina, l’aveva imparato nel corso dei suoi lunghi viaggi. Nel poco tempo che trascorreva a casa, cercava di insegnare a Ted quella lingua così’ difficile, mentre gli diceva:
        - Figliolo, vedrai che  un giorno o l’altro ti tornerà utile.
        Ted non avrebbe mai immaginato che l’augurio del padre si sarebbe un giorno trasformato in profezia. Provò un misto di soddisfazione e riconoscenza e, mentalmente, occhi al cielo, gli rivolse un ringraziamento. Adesso era così vicino che riusciva a vedere tutto. Dorothy, avvinghiata al cinese, gli sussurrava: - Ted Sullivan si è tirato fuori… non dovete più temere. Nessuno ormai può sospettare di me.
        Nel mentre, altri due uomini li raggiunsero. Quello più piccolo, dalla faccia sfregiata,  disse: - Il fotografo non potrà più parlare. Sta facendo compagnia ai pesci. In fondo all’Hudson. Quanto a Sullivan che facciamo?
        - Meglio non rischiare…
        Quelle parole avevano provocato in Ted un  brivido tale che, dopo aver percorso tutta la schiena, aveva finito la sua corsa direttamente fra i  testicoli. Riducendoli a due olive da Martini. Aspettò che quelle brave persone se ne andassero, poi si rimise le scarpe e uscì, cercando di confondersi fra la folla. Aveva bisogno di  aria fresca, di un po’ di cielo. Staccare per un attimo. Prese la metropolitana, diretto a Long Beach.
        Era più di un’ora che aveva la sensazione di essere seguito. Aveva cercato  di seminare l’ ostinato pedinatore, di far perdere le sue tracce. Sembrava esserci riuscito quando udì, prima in lontananza, poi sempre più distintamente, il cigolio delle ruote di un vecchio carretto. Tipico  del cuoio non conciato a dovere. Passi che si facevano sempre più rapidi. Più intensi. Come il crescendo del suo cuore.
         
        Ted Sullivan giaceva disteso, supino, sulla vasta pavimentazione di assi di legno, che respiravano insaziabili l’aria dell’oceano. I piedi leggermente a  vu. Gli occhi fissi verso un cielo di un azzurro struggente. Consapevole che era l’ultima volta. Poi, con le poche forze di chi si aggrappa disperatamente alla vita, lo sguardo percorse le gambe in tutta la loro lunghezza, fino ad arrivare giù in fondo. Alla fine dell’esistenza. Le sue Alden Diplomat erano là. Larghe macchie rosse si stavano facendo largo tra lacci e cuciture. Sembravano avere la meglio sul nero luccicante.
         
        Al cimitero, quel pomeriggio piovoso di ottobre inoltrato, c’erano solo il sacerdote, l’amico Saul Mellow, e una donna assai elegante, avvolta nel suo inebriante profumo Chanel N° 5. Molto in lontananza, dentro una limousine nera, sprofondato sul sedile posteriore, un omino intento a recitare mentalmente una preghiera.
        Dimenticavo di dire: dentro la sua bara, oltre alle Diplomat nere tirate a nuovo, c’era un altro paio di Diplomat marroni nuove di zecca, con un biglietto scritto a mano  su  cui non si riusciva a leggere la firma.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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Published on e-Stories.org on 19.02.2015.

 

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