Mauro Montacchiesi

Satura lanx (Recensione di Vittorio Verducci)

Mauro Montacchiesi è accademico, poeta, scrittore, saggista, recensionista, nonché presidente e membro di giurie varie. E' vincitore di un vastissimo numero di premi letterari. Con l'Accademia Internazionale Il Convivio ha già pubblicato i libri "Hommage aux Anguillara", "Labirintismo" e "Opus de Hominibus". "Satura lanx", il libro che mi appresto a recensire, è l'ultima sua fatica letteraria, pubblicata anche questa presso Il Convivio. Si tratta di una silloge di poesie, la maggior parte in lingua italiana, ma alcune in vernacolo e nelle lingue straniere, in cui l'autore affronta, come dice Giuseppe Manitta nella sua introduzione, un percorso sperimentale in cui l'arte è processo conoscitivo dell'io, itinerarium attraverso il quale l'uomo trova se stesso e l'arte trova l'uomo. Montacchiesi è consapevole, continua Manitta, che arte e vita sono la medesima esperienza. Un connubio o, meglio, un'endiadi, quasi due facce di una stessa medaglia, che, mi si consenta di dirlo, permette all'arte di uscire da una turris eburnea riservata solo a pochi eletti e di umanizzarsi, e all'uomo di nobilitare la parte migliore di sé, cioè lo spirito. E' però questo un percorso irto di difficoltà, che nella poesia del nostro viene rappresentato nella metafora del labirinto, come si può osservare nella poesia "She'ar Harahamim" (La porta della misericordia). Leggiamo alcuni versi: "Il mio labirinto/cimento ch'io/argonaut'errabondo/non oggi Teseo/affrontar devo/prim'ancor/d'approdar alle sponde della/Gerusalemme Celeste". Il poeta paragona quindi se stesso ad un argonauta in cerca della Gerusalemme Celeste, cioè della Luce, ma per raggiungere la sua meta non agisce come il Teseo che usa il filo di Arianna, cioè la ragione, bensì come il Teseo che ricorre alla fede. Solo la fede e la Grazia divina, infatti, non la ragione, gli permettono di uscire dal circolo vizioso di oscuri nascondigli in cui è recluso (i dialleli di latebre, come vengono da lui chiamati), consentendogli di attraversare la Porta della Misericordia e di percorrere non "le certezze del ponte di ferro" - scelto dagli empi e che crollerà, scaraventandoli nella dannazione - ma le fragilità del "ponte di carta", per il quale opteranno i credenti e che Dio sorreggerà per ricompensarli della loro fede in lui. E' una poesia, pertanto, intrisa di intima religiosità, come compare fin dalla prima composizione della silloge (I Dieci Comandamenti-La Legge), in cui il poeta si rivolge, con un'invocazione appassionata, al "Signore Celeste", al "Padre Santo", chiamato anche con il nome ebraico di Ado-nai (altrove implorato con l'appellativo zoroastriano di Mazda e con quello islamico di Allah), chiedendogli misericordia per la sua anima "così piccola, fragile, contraddittoria, piena di difetti e di far scendere su di lui la morte nel tempo che vorrà, tanto la sua anima è serena perché ha osservato la Legge ed è certo di fondersi nella sua Luce in un inscindibile Cosmico Amore". E' questa fede in Dio - e verso la Madonna che "umile siede sul trono della virtù" - che porta il poeta ad elevare un canto alla vita, perché questa, nel ruscello che scorre, nei germogli di primule che sbocciano, nell'azzurro vespertino del firmamento, è stupenda, ma anche a meditare sul male dell'uomo, come fa notare ancora Manitta, e come si osserva nella poesia "Nazismo", definita, questa ideologia "feral nero cobra/dalle nefande spire uncinate/che ha infestato/ma che più non infesti/della Terra Promessa i giardini". Traspare da questi versi un intimo amore verso la natura, pure questa celebrata in diverse poesie; in altre compare l'amore verso la donna che, simile ad una "vucchella 'e Venere" o "a na stella lucente" ride felice; in altre ancora quello filiale, come nei versi dedicati alla madre, di cui ricorda "le pupille ancora vogliose di dare e le mani scalfite dal duro lavoro" ed in quelli dedicati al padre che, durante la guerra di Russia del 1943, creduto morto sul campo di battaglia e portato dai nemici all'obitorio, riuscì, dopo aver pregato Sant'Antonio da Padova, a suscitando "la gioia di un soldato nemico" (come a dire che la guerra la vogliono solo i potenti e non la gente del popolo). Una poesia, dunque, molto intensa, quella di Montacchiesi, sia nelle tematiche che nello stile, in cui si nota una grande proprietà linguistica (sovente l'autore ricorre a citazioni e versi latini, tratti anche da preghiere) e stilistica, e ciò sta a dimostrare che siamo in presenza di un autore di sicuro valore letterario, senz'altro originale e con voglia di sperimentare. Vittorio Verducci http://www.premiomartinsicuro.it/pagina-autore/12-verducci.htm

 

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Published on e-Stories.org on 25.05.2014.

 

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